AGGRESSIVITÀ

(ingl. aggressivity;
ted. Aggressivität; franc. agressivité)Tendenza messa in
atto mediante condotte o fantasie volte a danneggiare un altro individuo o, secondo
la psichiatria e la psicoanalisi, all’autodistruzione, mentre per la psicologia,
all’autoaffermazione. Queste due modalità interpretative condividono la presenza di
competizione e il tentativo di sottomettere coloro verso cui è orientata la tendenza aggressiva.

Neuropsicologia

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L’espressione del comportamento aggressivo è controllata e organizzata
dai sistemi neuronali e i ricercatori hanno evidenziato come la stimolazione
elettrica di taluni nuclei dell’ipotalamo e dell’amigdala induca una
condotta di attacco da parte dell’uomo come dell’animale. Taluni tumori
cerebrali, essenzialmente quelli del lobo temporale, possono essere
collegati a maggiori livelli di irascibilità e distruttività immotivata e,
se rimossi, indurre a remissione gli accessi aggressivi. Analogamente, la
perdita del controllo inibitorio di alcune aree corticofrontali favorisce la
comparsa di comportamenti aggressivi negli esiti di traumi cranici con danno
parenchimale cerebrale anteriore. Quando però di fronte ai medesimi stimoli
si rilevano condotte distinte, in relazione alle modificazioni del contesto,
la spiegazione neurofisiologica viene a essere insufficiente. Ciò fa
ipotizzare che la corteccia operi un confronto tra quanto ha appreso tramite
i mezzi sensoriali e lo stato eccitatorio centrale a esso collegato, da cui
ha origine una maggiore o minore probabilità che una stimolazione induca
processi diretti verso un filtro periferico di nuove vie sensoriali, o
permetta un loro afflusso caotico, in seguito a cortocircuiti
riflessi.

Etologia

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In quest’ambito, l’aggressività è intesa come mezzo di difesa oltre che
di affermazione del soggetto e della specie e ha origine da un istinto
primitivo determinato filogeneticamente e alimentato continuamente da una
sorgente energetica. Lorenz, come Freud, ritiene gli esseri umani
geneticamente portati alle condotte aggressive, reputandole forze interiori,
la cui tendenza è quella di scaricarsi al momento opportuno, assicurando
così la sopravvivenza della specie e del singolo. Egli individua infatti
quattro diverse funzioni del comportamento aggressivo: (a) incrementare la
distanza ambientale tra i diversi componenti del gruppo, compatibilmente con
la disponibilità di cibo; (b) selezionare gli elementi più forti, essendo i
più adatti alla protezione del gruppo e alla procreazione al suo interno;
(c) proteggere la prole; (d) creare un sistema gerarchico nel gruppo sociale
che ne garantisca la stabilità. Lorenz propende per la tesi secondo cui gli
uomini, al pari degli animali, sono naturalmente aggressivi, ma che
attraverso la selezione naturale la maggior parte di loro può sviluppare a
livello genetico strumenti adatti a controllare tali atteggiamenti,
all’interno della stessa specie. Tale inibizione naturale si specializza nel
corso dei secoli, ma gli uomini hanno sviluppato solo relativamente questi
sistemi di controllo dell’aggressività, non come gli animali, le cui
condotte aggressive, se appartenenti alla stessa specie, sono funzionali
alla regolamentazione degli schemi elementari di comportamento e di
relazione sociale.

Psichiatria

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In tale ambito è definibile come la tendenza ad attaccare gli altri, a
livello fisico o verbale, e talvolta si presenta accompagnata da sentimenti
negativi, come ad esempio la collera. Un’elevata accentuazione di episodi
aggressivi si evidenzia in diversi disturbi di
personalità, quali personalità antisociali, sadiche, esplosive.
L’abuso di sostanze, essenzialmente dell’alcool, induce l’abbassamento della
soglia dell’aggressività. Il paziente che si trova in stato maniacale, nel
caso venga contrastato, mette facilmente in atto condotte aggressive, mentre
di fronte ad azioni aggressive in apparenza incomprensibili, compiute
essenzialmente da soggetti schizofrenici, si può individuare la causa nelle
esperienze deliranti o allucinatorie. In ambito psichiatrico il suicidio, ad esempio, viene
interpretato come espressione di aggressività diretta verso se stessi,
mentre la sua drastica riduzione nel caso di personalità astenica si rileva
in talune forme depressive e in stati schizofrenici residuali.

Psicologia

sperimentale

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Tra gli Anni Quaranta e Sessanta, gli studi di maggior rilevanza in
questo campo vengono compiuti all’Università di Yale da parte di J. Dollard,
N.E. Miller, L.W. Doob e R. Sears, i quali pubblicano il famoso
Frustrazione e aggressività (1939), correlazione
già evidenziata da Freud in Lutto e melanconia (1915) e
in Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917). Tali
Autori formulano l’ipotesi che l’aggressività derivi sempre dalla
frustrazione e che quest’ultima induca regolarmente a qualche forma di
aggressività. Ritengono, inoltre, che quando non è in grado di pervenire ai
propri fini, l’uomo manifesta tendenze aggressive non sempre dirette verso
il responsabile della frustrazione, ma spostate. Essi si sono inoltre
occupati da una parte della valutazione dei rapporti di base, in cui la
variazione della frustrazione determina il cambiamento dell’aggressività, e
dall’altra delle modalità di allentamento di quest’ultima, dei modi in cui
la si può controllare o reprimere. Studi successivi hanno però dimostrato
che non necessariamente la frustrazione genera aggressività, in quanto le
conseguenti reazioni possono spaziare dalla depressione alla rassegnazione,
qualora la frustrazione sia troppo intensa o sia percepita come arbitraria.
Altro elemento di particolare interesse nell’ambito della psicologia
sperimentale è rappresentato dalla funzione catartica (vedi
Catarsi), assolta dall’atto
aggressivo quando questo viene tradotto in azione diretta verso l’essere
frustrante o un suo sostituto, inducendo così la riduzione della
tensione.

Psicologia

sociale

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Gli psicologi sociali definiscono l’aggressività come l’insieme di
azioni volte al danneggiamento di uno o più individui, quale forma appresa
di comportamento sociale. Negli Anni Trenta, K. Lewin, R. Lippit e R.K.
White compiono una ricerca ormai classica per la storia della psicologia
sociale, in merito alla direzione democratica e autoritaria di vari gruppi
di bambini, avente come oggetto gli elementi favorenti i fenomeni
aggressivi, da cui emerge che l’aggressività si manifesta soprattutto verso
taluni membri del gruppo, veri e propri “capri espiatori” contro cui viene
sfogata la tensione indotta dalla presenza del leader autoritario. Le
tendenze aggressive non hanno un effetto catartico con relativo allentamento
della tensione, come affermato dagli psicologi sperimentali, ma la
gratificazione derivante dal vedere che il danno causato alla vittima funge
da rinforzo; l’allentamento delle inibizioni origina dalla valutazione della
remuneratività del comportamento aggressivo. Bandura, opponendosi alla
teoria pulsionale che individua le cause dell’aggressività nei principi
potenziali, sostiene che esse vanno identificate nelle esperienze passate e
nelle ricompense elargite in seguito all’attuazione di tali condotte
direttamente o nelle diverse circostanze sociali e ambientali.

Psicoanalisi

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A. Adler formula nel 1908 il concetto di pulsione di
aggressione, inteso come istinto innato o primario, che
rappresenta un punto di partenza per la creazione di una nuova teoria
secondo la quale tutti i modelli comportamentali traggono origine da una
protesta virile” aggressiva, dalla manifestazione della volontà di potenza
volta a compensare sentimenti di inferiorità (vedi
Psicologia
individuale). Il concetto di pulsione aggressiva viene inoltre a
essere considerato come un mezzo per l’affermazione di che, se represso,
può far sì che gli altri vengano percepiti come nemici o indurre
un’esasperata docilità e svalutazione di sé. Nei suoi primi scritti, S.
Freud attribuisce all’aggressività un’importanza relativa, considerandola un
elemento della pulsione sessuale (vedi
Pulsione), in specifico una
risposta alla repressione o al blocco delle pulsioni libidiche, evidente nel
sadismo. Nel 1915, con la pubblicazione di Pulsioni e loro
destini, assimila la pulsione aggressiva alla pulsione di
autoconservazione, o dell’Io, finalizzata al controllo del mondo esterno e
al mantenimento e all’affermazione dell’esistenza individuale. Freud, dopo
aver formulato la teoria strutturale (vedi
Psicoanalisi) e aver
ipotizzato l’Io e il Super-Io come istanze distinte dall’Es, rielabora la
propria teoria dell’aggressività come pulsione. In Al di là
del principio del piacere (1920)
l’aggressività trova la propria collocazione quale pulsione distruttiva
esistente in modo indipendente nell’Es, insieme alle pulsioni sessuali. È
l’Io che deve quindi combattere e controllare le pulsioni aggressive.
Un’ulteriore distinzione viene attuata da Freud tra pulsione di aggressione,
diretta verso l’esterno, e pulsione di distruzione, rivolta anche verso di
sé. Fenichel nega l’esistenza di un istinto di morte, ritenendo le
manifestazioni aggressive dell’individuo quali derivati particolari degli
eventi delle pulsioni libidiche. In particolar modo, la libido frustrata e
non elaborata può dar origine a impulsi aggressivi e distruttivi, senza che
ciò implichi che la pulsione sia eminentemente autodistruttiva. Melanie
Klein, per contro, accoglie l’ipotesi freudiana sulla pulsione primaria di
morte e anzi rivaluta ampiamente il ruolo dell’aggressività nel conflitto
tra istinto di vita e di morte, come tra le angosce e le difese che esso
crea. Essa attribuisce sin dai primi mesi di vita del bambino una funzione
predominante alle fantasie aggressive (vedi
Kleiniana, teoria)
rivolte da questi al suo oggetto buono, la madre. L’aggressività si
trasforma, nella confusione tra i propri affetti e le caratteristiche
dell’oggetto, in un
sentimento persecutorio che dipinge di cattiveria ciascun oggetto: il
bambino si sente in tal senso aggredito e cerca di difendersi, mettendo in
atto meccanismi difensivi illusori. La persecutorietà quindi incrementa in
un terrificante circolo vizioso l’aggressività difensiva e quest’ultima la
prima, e così via. Il bambino è quindi visto dalla Klein come un contenitore
colmo di odio e distruttività a causa della sua incapacità di amare: l’odio
è infatti automatico, mentre l’amore deve essere appreso con la progressiva
strutturazione dell’apparato mentale, inizialmente inesistente. In tal
senso, l’autrice sovverte la tesi iniziale di Freud sul primato delle
pulsioni libidiche e la nascita dell’aggressività solo come conseguenza alla
frustrazione indotta da tali pulsioni e ritiene, inoltre, che la libido e
l’aggressività siano affetti e non pulsioni. Hartmann e Kriss, nell’ambito
della psicologia
dell’Io, propendono invece per la separazione della pulsione di morte da
quella aggressiva, ponendo quest’ultima in relazione con il principio di
piacere-dispiacere al pari della libido. Essi introducono il concetto di
neutralizzazione, spogliando l’aggressività delle sue valenze negative e
asservendola all’Io nel compimento delle sue funzioni, senza che si
verifichino conseguenze distruttive verso tale istanza. Individuando
un’origine endogena dell’aggressività, la definiscono una pulsione
equiparabile alla libido e non, come sostenuto da Freud, una conseguenza
della frustrazione del soddisfacimento del piacere.