Concetto ereditato dalla psicologia filosofica, che lo utilizzava per attestare l’alterità dell’anima rispetto al corpo e che attualmente acquista un significato diverso a seconda dell’orientamento teorico che se ne avvale. In linea generale, in ambito psicologico e psicoanalitico il viene usato per indicare il nucleo centrale dell’identità, talora sottolineandone il valore di realtà oggettiva e impersonale, in altri casi quello di realtà esperienziale nonché soggettiva. Psicologia. La psicologia attuale impiega il Sé come una categoria esclusivamente descrittiva. W. James, il primo a occuparsene, individua tre costituenti del Sé: il Sé materiale, che ha origine dalla coscienza del corpo, dell’ambiente familiare e dei beni materiali posseduti; il Sé sociale, sintesi dei differenti sociali, riflette da un lato l’immagine che il soggetto presume gli altri abbiano di lui, e dall’altro i valori e le norme sociali che sono parte della percezione comune; il Sé spirituale, ossia la consapevolezza di se stesso e del proprio percorso esistenziale.In ambito psicologico, si utilizza il concetto di Sé in termini di:Valutazione di Sé e degli altri, come elementi fondamentali alla formazione del livello di autostima del soggetto: la necessità di realizzare la propria identità risulta essere un bisogno primario, anche rispetto alla realizzazione di se stessi.Sé ideale, che è quanto l’individuo vorrebbe realizzare ed è strettamente correlato all’autostima e al sistema di valori di cui è portatore. Quando il soggetto percepisce incongruenza tra ciò che vorrebbe essere e ciò che è, si viene a creare una situazione ansiogena, mentre la discrepanza tra il Sé interiore, reale, e quello esteriore o falso può essere all’origine di una distorsione o dissociazione del concetto di Sé.Psicologia sociale. Tale ambito psicologico prende in considerazione il carattere interpersonale del Sé. G.H. Mead è tra i primi teorici sociali ad affermare che il concetto che ciascun individuo ha di Sé è un riflesso delle considerazioni espresse dalle figure più significative per esso. La società rappresenta, in tal senso, uno specchio nel quale il soggetto individua la propria immagine o la definizione del suo Sé. È opinione diffusa della psicologia sociale che “le persone non acquistino consapevolezza di se stessi con indagini introspettive o con lunghe passeggiate solitarie. L’immagine di sé si evolve all’interno delle relazioni attive e in divenire e, in ultima analisi, non può essere separata dal mondo dei rapporti sociali”.Psicoanalisi. In seguito a quanto postulato da S. Freud circa un Sé unitario, quale garante della salute mentale dell’individuo e mezzo per comprenderne la personalità globale, che include non soltanto l’Io, ma anche la vita istintuale, ossia l’Es, il concetto di Sé ha fatto progressivamente il suo ingresso in ambito psicoanalitico sia teorico sia clinico. Il Sé, correlato alle problematiche relative al narcisismo e ai meccanismi di creazione dell’identità individuale e della soggettività, pare quindi rimandare a un principio strutturale della totalità dell’organizzazione psichica. Il Sé sembra così presupporre un’istanza naturale armonizzante, assimilabile all’autocoscienza.In accordo con questa tesi, oltre a H. Kohut, si colloca la psicoanalisi americana, della quale sono entrate a far parte la psicologia umanistica di C. Rogers e A. Maslow e la scuola neo-freudiana di K. Horney e A.S. Sullivan.H. Kohut colloca il Sé al centro della propria teorizzazione e giunge alla sua formulazione attraverso lo studio delle personalità borderline, definendolo come contenitore di impressioni, insieme di funzioni che sintetizzano quelle dell’Io, dell’Es e del Super-Io, oltre l’identità del soggetto. Esso si forma durante l’infanzia, tra i 2 e i 4 anni, nel corso delle relazioni del bambino con la coppia genitoriale, quando il minore vive in funzione di oggetti-Sé. Essi sono oggetti d’amore o di aggressività impersonati dai genitori, che sono percepiti quali parti iniziali del proprio Sé. Verso tali oggetti, il bambino struttura il proprio bisogno fondamentale di essere amato, considerato al centro dell’attenzione. Se i genitori rispondono a tale necessità empaticamente, facendolo sentire accolto e amato, nasce nel bambino un senso di sicurezza essenziale che gli consente uno sviluppo equilibrato e sano. Il sano narcisismo del Sé nasce da tale sentimento di base, la cui componente fondamentale è un senso di grandiosità, oltre che di onnipotenza. Quando però i genitori non corrispondono, o lo fanno in modo distorto, ai bisogni narcisistici del bambino, vengono percepiti come “aggressori non empatici del proprio Sé”, determinando una patologia del narcisismo.A.H. Maslow, nell’ambito della psicologia umanistica, che considera il Sé come un’autorealizzazione e non una componente psichica, ritiene fondamentale l’affermazione della realizzazione di sé, al di là delle maschere che ciascuno indossa nell’adempimento del proprio ruolo pubblico.Per C.R. Rogers, il Sé rappresenta un concetto chiave della “terapia centrata sul cliente” (vedi
Psicologia rogersiana), in quanto la sua realizzazione rappresenta l’obiettivo di ciascun trattamento terapeutico. Infatti, quanto più il Sé diventa “radicato nelle sue esperienze vissute a livello viscerale”, tanto più la personalità diventa integra e ciò si verifica nel momento in cui il soggetto prende le distanze da ciò che è falso nel Sé, edificatosi sulla base di valori mutuati dall’ambiente, che non rispondono alle autentiche esperienze organismiche.Nell’ambito della scuola “neo-freudiana”, H.S. Sullivan ipotizza l’esistenza del sistema del Sé, il cui scopo è diminuire l’angoscia che nasce dalla relazione con la madre e dalle molteplici forme di minaccia all’integrità individuale. Tale sistema, una volta formatosi, tende però a isolarsi dal resto della personalità in quanto, nel tentativo di proteggere il soggetto dall’angoscia, rifiuta ciascun dato dell’esperienza che si allontani dal suo tipo di organizzazione interna. Come conseguenza di un’eccessiva rigidità difensiva, si viene a strutturare poco alla volta una dissociazione del sistema del Sé dal resto della personalità. Ma, nel corso del processo evolutivo, il bambino può generare un falso Sé consono alle attese sociali, accanto a un vero Sé, pur profondamente diverso, che di fronte a condizioni sfavorevoli si allontana sempre più dal falso Sé.E. Fromm abbraccia la teoria di Sullivan, affermando che il vero Sé è la somma globale delle potenzialità di un individuo che si sviluppano in condizioni sociali propizie e il trattamento terapeutico è volto allo sviluppo di tale istanza. Le nevrosi sono perciò da ascrivere ai nuovi bisogni culturali o alle deprivazioni che in tal senso fanno sorgere un senso di inadeguatezza, causa di sentimenti di vergogna e di mancanza di autostima. Dall’altro lato, il Sé, individuato come frutto di un’esperienza soggettiva e non di una realtà oggettiva, rimanda a un significato solo esperienziale, correlato al vissuto peculiare dell’individuo. Condividono l’utilizzo del suddetto significato, H. Hartmann, D.W. Winnicott, O. Kernberg e E. Jacobson, che correlano intimamente il Sé con l’interiorità del soggetto.H. Hartmann considera il Sé come l’insieme dei vissuti, fondamentalmente inconsci, relativi all’identità e all’insieme delle strutture interiori del soggetto, anziché agli “oggetti” o alla realtà esterna. Egli modifica quindi l’assioma strutturale Io, Es, Super-Io, descrivendo il Sé quale nuova sistema che caratterizza la totalità dell’individuo nel rapporto attivo con la realtà: il Sé comprende in tal senso l’Io, il Super-Io e in parte l’Es. Tale struttura non va però assimilata a quella tripartita di Freud, ma letta in riferimento al mondo oggettuale (vedi
Oggetto).D.W. Winnicott sostiene che, affinché nasca nel bambino un senso di identità personale, essenziale per un buono sviluppo psichico, il Sé deve “essere tenuto insieme” (vedi
Contenimento), in quanto il rischio a cui va incontro l’Io infantile è di andare in pezzi, riducendosi in molteplici frammenti. Il Sé materno, espresso nella funzione psichica materna del contenimento, contiene la genesi del Sé del bambino. Il non assolvere però ai propri compiti di realtà da parte della madre in merito alle richieste del minore e le sue difficoltà a entrare in sintonia con il percorso evolutivo di questi, induce uno sfasamento tra la maturazione biologica e la maturazione mentale nel bambino. Winnicott individua due forme di fallimento della funzione materna che vengono sperimentate dal bambino come una gravissima interruzione della continuità della sua vita, quindi del suo Sé, e conducono all’esperienza di “annichilimento del Sé” medesimo: la prima nasce quando la madre non agevola e non partecipa alla creazione allucinatoria e quindi all’esperienza transizionale del bambino; l’altra ha origine nel momento in cui la madre interferisce nel libero fluire dell’esperienza transizionale, interponendo se stessa o le proprie fantasie, capacità, idee o imponendo precocemente la realtà. Esito di ciò è una frammentazione dell’esperienza interiore del bambino che, sintonizzandosi coattivamente e prematuramente con le aspettative degli adulti, perde il contatto col proprio mondo interno, cioè con il suo vero Sé. Le funzioni vicarie dell’accudimento non offerto dall’ambiente familiare vengono assunte dal falso Se, che difende occultamente l’incolumità del vero Sé, nascondendolo attraverso un atteggiamento condiscendente verso le richieste che gli vengono inoltrate. Tale meccanismo difensivo protegge il Sé dalla disintegrazione, anche se il soggetto ne esce privo di una salda identità, privo di un contatto con se stesso. E. Jacobson definisce il Sé come l’insieme delle rappresentazioni interiori che costituiscono l’individuo, il cui sviluppo è caratterizzato dalle prime relazioni oggettuali (vedi
Oggetto), oltre che dagli oggetti che si vengono a creare entro il Sé.O. Kernberg, all’interno della teoria del Sé quale elemento di investimento narcisistico (vedi
Narcisismo), formula un nuovo sistema a partire dai casi limite nei quali gli oggetti, seppur interiorizzati, non sono metabolizzati e il Sé non integrato si esprime attraverso condotte mutevoli prive di continuità, all’origine di un’identità debole.Nella stessa direzione innovativa si muove B. Grunberger, che afferma che un vissuto di appagamento e di unicità, fondamento di ogni forma narcisistica, qualora non sia supportato da una serie di “esperienze di bisogno” rende assai difficile il rapporto con gli oggetti, perché non ne consente l’interiorizzazione e il metabolismo, senza i quali non è attuabile un processo maturativo.Psicologia analitica. C.G. Jung definisce il Sé come l’archetipo della totalità, l’elemento regolatore della personalità, ove conscio e inconscio si integrano: “È il centro della totalità psichica, come l’Io è il centro della coscienza”, è il sommo potenziale dell’individuo, oltre che l’immagine della globalità della personalità, che l’Io non potrà mai integrare nel limitato e parziale perimetro della propria coscienza. È intorno al Sé che si raggruppano e sono tenuti insieme tutti gli altri sistemi psichici, l’Io e l’inconscio ad esempio, e a esso si attribuiscono le caratteristiche di equilibratore e stabilizzatore della personalità, come di mediatore degli opposti. “Intellettualmente, il Sé non è altro che un concetto psicologico, una costruzione, che deve esprimere un ente per noi inconoscibile, che non possiamo afferrare come tale, perché esso supera la nostra capacità di comprensione. Esso potrebbe parimenti venire definito come ‘il Dio in noi’. Gli inizi di tutta la nostra vita psichica sembrano scaturire, inestricabili, da questo punto e tutte le mete ultime e supreme sembrano convergervi. Questo paradosso è inevitabile, come avviene ogni qualvolta cerchiamo di definire qualcosa che supera la capacità di intelletto”. È, secondo Jung, l’archetipo più profondamente correlato con la religione, a tal punto da essere l’elemento che conduce all’esperienza religiosa ed essere definito l’archetipo di Dio. La descrizione del Sé non può essere scissa dal processo di individuazione, inteso come raggiungimento della propria autenticità, di quello che ognuno in fondo è realmente, in quanto il Sé rappresenta lo scopo, il fine per cui l’uomo lotta costantemente e che impegna l’intera esistenza umana. Ma esso viene a essere raggiunto assai difficilmente, essendo una linea di tendenza verso una meta ideale.Psicologia individuale. A. Adler formula il concetto di Sé creativo, in cui afferma l’esistenza della capacità di determinare la propria personalità, conformemente al suo specifico stile di vita. Tale concetto rappresenta un principio attivo dell’esistenza umana, assimilabile al concetto di anima. Egli ritiene che l’ambiente e l’ereditarietà siano capaci di trasmettere all’individuo talune esperienze fondamentali e abilità, ma è l’individuo a essere in grado di intervenire direttamente nella determinazione del proprio futuro, anziché subirlo come frutto delle sue esperienze passate.Psicologia comportamentista. In tale ambito, il Sé fenomenico, quello percepito consapevolmente dal soggetto, viene distinto dal Sé inferito, che viene individuato attraverso i test proiettivi e le interviste condotte da un operatore clinico. I comportamentisti non attribuiscono importanza al primo tipo di Sé, in quanto frutto di un processo introspettivo tra componenti inconsce, estranee al loro ambito d’indagine.Psicologia cognitivista. La psicologia cognitivista individua un Sé riflesso, che raccoglie i diversi settori esperiti nel continuo percorso esperienziale, e che deve essere considerato come un processo articolato nel presente. Il senso di identità individuale è attivamente costituito da questo genere di Sé, che soccorre il soggetto nel momento in cui ha bisogno di ricomporsi. Esso è atemporale, sprofondato nell’attualità dell’attività mentale che lo genera. Indi, un corretto funzionamento psichico è correlato sia alla capacità di dar vita a Sé situati, funzionalmente adatti all’evento in cui il sistema si trova, sia all’abilità di mettersi nella condizione di meditare sull’accaduto, costruendo gradatamente un Sé riflesso adatto che consenta l’“attribuzione di senso” alla molteplicità di esperienze. Il nevrotico è infatti colui che non possiede una molteplicità sufficiente di Sé situati e si trova costretto alla ripetitività del suo essere, incapace di fornire, come risposta alle continue sollecitazioni provenienti dal mondo esterno, un’adeguata flessibilità. In tal senso, il fine della terapia cognitivista è, da un lato, consentire al paziente di strutturare nuovi Sé situati diversificati, adatti all’ambiente in cui agisce, ampliando la gamma dei ruoli giocabili, dall’altro lavorare sul Sé riflesso, in modo da far acquisire al soggetto uno strumento cognitivo capace di fargli trovare un filo conduttore delle sue diverse esperienze, in modo cioè da spiegare se stesso a sé.È di M. Minsky la teoria secondo cui, nel proprio percorso esperienziale, l’individuo propone un Sé specifico per ciascuna situazione significativa vissuta. Questo Sé riunificante, che è in funzione delle diverse esperienze, ha la propria essenza in una vasta rete relazionale che nasce tra gli elementi del sistema.