PSICOLOGIA DELL’ETÀ EVOLUTIVA

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Settore della psicologia, anche definito psicologia genetica, che si occupa del progressivo sviluppo delle strutture psichiche dell’individuo e della loro organizzazione, dalla nascita sino alla soglia dell’età adulta, stabilita convenzionalmente a 25 anni. Dal suo esordio nella seconda metà dell’Ottocento, in seguito a un articolo di Darwin (1877) relativo all’osservazione diretta di un bambino, sino a oggi, in cui è divenuta la scienza dello sviluppo psichico, il campo di azione della psicologia dell’età evolutiva si estende a diversi ambiti, dallo studio delle caratteristiche che assimilano e di quelle che distinguono il bambino dall’adulto, all’individuazione dei fattori ereditari rispetto a quelli ambientali responsabili dello sviluppo psichico, oltre all’analisi dell’evoluzione delle strutture psichiche più semplici in strutture psichiche più complesse.La teoria dello sviluppo cognitivo. Occorre attendere sino agli anni Venti per assistere all’esplosione della psicologia genetica, il cui massimo contributo a livello europeo viene dato da J. Piaget, attraverso la pubblicazione de Il linguaggio e il pensiero del bambino (1923) e tramite la creazione, insieme ad alcuni collaboratori, del più attivo centro mondiale di ricerca sullo sviluppo psichico, divenuto in seguito il Centro Internazionale di epistemologia genetica. Dopo aver elaborato una metodologia alquanto originale, Piaget mostra, oltre alla differenza qualitativa tra pensiero infantile e pensiero adulto, l’esistenza di diversi stadi dello sviluppo cognitivo, soltanto intuiti da ricerche precedenti alla sua, ma non evidenziati dall’uso di reattivi mentali, quali le scale di Binet. Quella di Piaget, definita la teoria dello sviluppo cognitivo, è la teoria stadiale più autorevole della psicologia dello sviluppo. Attraverso stadi invarianti, egli definisce i cambiamenti che si verificano nel corso dell’acquisizione della conoscenza del mondo da parte dei bambini (epistemologia genetica).Tali cambiamenti comportano modificazioni nella struttura del pensiero, che diviene sempre più organizzato costituendosi sulle strutture dello stadio precedente. La causa del passaggio attraverso gli stadi è individuata in differenti fattori, tra cui l’esperienza che attraverso due fondamentali processi, l’assimilazione e l’accomodamento, favorisce il progresso cognitivo. I bambini sono perciò visti da Piaget come organismi attivi, in grado di autoregolarsi, i cui cambiamenti qualitativi e quantitativi sono indotti da fattori innati e ambientali: l’essenza dello sviluppo cognitivo è quindi rappresentata dal cambiamento di tipo strutturale.La teoria psicoanalitica. I maggiori contributi alla psicologia dell’età evolutiva sono offerti dalla psicoanalisi nelle sue molteplici varianti e, in specifico, occorre ricordare la psicoanalisi infantile dal momento della sua nascita, attraverso l’opera di M. Klein e di A. Freud, della quale non si deve dimenticare il fondamentale testo L’Io e i meccanismi di difesa (1936), ed essenzialmente, per quanto riguarda l’interpretazione dello sviluppo affettivo e psicosessuale, l’enorme apporto fornito da S. Freud, che “probabilmente fu il primo psicologo teorico a sottolineare l’importanza decisiva degli anni dell’infanzia per formare la struttura fondamentale del carattere”. La personalità di base, secondo Freud (1914), si costituisce nei primi 5 anni di vita attraverso i tentativi del bambino di far fronte a una sequenza invariante di conflitti, ciascuno dei quali coinvolge un diverso dominio: orale, anale, fallico e genitale (1905, 1923). La modalità con cui il bambino appaga le pulsioni di ogni stadio costituisce la base della personalità, ma, essendo lo sviluppo diretto da forti pulsioni sessuali, l’espressione di tali forze inconsce stimola lo sviluppo dell’Io e del Super-Io, che operano anch’essi per gran parte in modo inconscio. Freud propone, inoltre, al pari di Piaget, una teoria dello sviluppo basata sulle difficoltà, nel senso che ritiene che i disturbi o le fonti di conflitto del sistema inducano l’evoluzione del soggetto, la cui finalità è riportare lo stato di equilibrio nel sistema. Egli ha quindi fornito differenti e duraturi contributi, empirici e teorici, alla psicologia dell’età evolutiva, stimolando ricerche attive tutt’oggi nelle aree della tipizzazione sessuale, dell’attaccamento, della relazione genitore-figlio, dell’aggressività e dell’identificazione.La teoria vygotskijana-contestualista. Le radici del contestualismo sono molteplici, ma l’essenziale forza storica di tale approccio nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva è rappresentata da Vygotskij (1926, 1934). Notevole è l’incidenza che oggi tale teoria ha sulla psicologia dello sviluppo, essenzialmente nell’area dello sviluppo cognitivo. La sua attenzione è fondamentalmente incentrata sull’integrazione delle acquisizioni quotidiane nello sviluppo, sulla sensibilità alla varietà nel percorso evolutivo, nonché sul contesto socio-culturale dell’evoluzione. In merito a quest’ultimo punto, a differenza della stragrande maggioranza degli approcci, il contestualismo è focalizzato sul “bambino attivo in un contesto”, anziché sul singolo soggetto, di cui individua le funzioni mentali più alte in quelle sociali. Esso ritiene che i minori usino gli strumenti culturali come sistemi simbolici, per far fronte ai problemi nei loro continui tentativi di raggiungere obiettivi nell’ambito di una realtà sociale e che gli ambienti sociali, le convinzioni culturali, i valori e le conoscenze influenzino le situazioni nelle quali i bambini sono incoraggiati a entrare. Vygotskij propone, quindi, a differenza di Piaget, un tentativo coerente di esplicare le origini sociali del linguaggio e del pensiero (1934) ed evidenzia nel processo di transizione dal piano interindividuale a quello intraindividuale la legge cardine dell’evoluzione della conoscenza. Rientra in tale area di studio la “zona di sviluppo prossimale”, distanza tra quanto il bambino può fare con o senza aiuto, in cui l’osservazione diretta del cambiamento verificatosi in ciascun attimo di un dato periodo consente di comprendere l’evoluzione del soggetto e la sua intelligenza, non definibile con quanto egli sa, bensì con ciò che acquisisce con l’ausilio altrui. Peculiari sono le ricerche vygotskijane-costruttiviste sulla partecipazione guidata nelle zone di sviluppo prossimale, sul linguaggio egocentrico, sullo sviluppo dei concetti, nonché sugli studi cross-culturali.La teoria etologica. Un’importante sintesi tra i concetti psicoanalitici e gli assunti etologici viene compiuta da M. Ainsworth (1985) e da J. Bowlby (1969-1980). È di quest’ultimo l’importantissima teoria dell’attaccamento, che oltre ad ampliare modifica la teoria freudiana, relativamente alla parziale irreversibilità delle esperienze precoci, relativizzando l’incidenza dei controlli motivazionali di tipo libidico e acuendo il significato evoluzionistico dell’attaccamento che unisce madre e bambino. Sono emersi inoltre dati in favore dell’ipotesi che vi sia una predisposizione per cui il neonato e l’adulto interreagiscono reciprocamente (Lorenz 1949), tanto da estendere le ricerche sugli effetti della separazione dalla madre, sulla madre stessa, quale base per l’esplorazione, e sul ruolo del padre. Oltre all’attaccamento, le aree di ricerca individuate come rilevanti dalla psicologia dell’età evolutiva sono quelle relative alla comunicazione non verbale, alle gerarchie di dominanza e alla risoluzione di problemi.La teoria dello sviluppo percettivo. E.J. Gibson, il massimo esponente della teoria dello sviluppo percettivo, con Principles of perceptual learning and development (1968) elabora uno dei testi di psicologia dello sviluppo più influenti nella storia della psicologia dell’età evolutiva, occupandosi dello sviluppo e dell’apprendimento percettivo che nasce dall’incremento dell’efficienza percettiva, quale risultato dell’esperienza. Un’importanza cruciale riveste, in tale ambito, il contesto ecologico, in quanto il bambino impara a percepire le informazioni di cui si serve per adattarsi all’ambiente e, in talune situazioni, guidarne la raccolta è lo scopo, la finalità del bambino. Un recente saggio della Gibson (1988) evidenzia che si giunge alla conoscenza del mondo attraverso la percezione diretta dall’esplorazione attiva e che è tale conoscenza a guidare ciascuna nostra attività.La teoria cognitiva. Spiega lo sviluppo cognitivo in termini di funzioni della crescita delle abilità di base, quali l’attenzione, la velocità di elaborazione delle informazioni e la memoria, prendendo come modello il sistema informatico. Gli psicologi cognitivisti dello sviluppo dagli anni Ottanta si sono occupati della soluzione razionale di problemi, con l’obiettivo di studiare le modalità con cui il pensiero diviene sempre più organizzato e oggettivo, e hanno contribuito allo sviluppo di un nuovo approccio, interattivo-cognitivista, secondo cui le precoci interazioni sociali influenzano in maniera determinante gran parte dello sviluppo cognitivo e linguistico successivo del bambino. In base a tale approccio, si tende da una parte a spiegare la condotta sociale in termini cognitivi, social cognition (vedi
Psicologia sociale), dall’altra a cogliere le possibili determinanti sociali dello sviluppo cognitivo.

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