La caratteristica
essenziale di questo disturbo è rappresentata dallo sviluppo di sintomi psichici e
comportamentali significativi sul piano clinico in risposta a eventi psicosociali
stressanti, oggettivamente identificabili.Benché il disturbo sia abbastanza
comune, non sono disponibili dati precisi sull’incidenza e sulla prevalenza del
disturbo nella popolazione generale. Le stime di alcuni studi variano da un 5% in
pazienti afferenti ad ambulatori psichiatrici, fino a un 30% in pazienti affetti da
gravi malattie (cancro, AIDS).Per definire correttamente il disturbo
occorre tuttavia considerare globalmente l’interazione tra evento stressante e
reazione individuale. Infatti, qualsiasi evento vitale che richieda un riadattamento
psicosociale può determinare l’insorgenza di un disturbo di adattamento; talora,
però, eventi anche rilevanti possono non produrre alcun effetto patogeno. Diventa
pertanto importante considerare la singola reazione individuale che è definita dalla
capacità o meno del soggetto di superare l’evento stressante.Secondo
un’interpretazione cognitiva, il rapporto tra evento e sviluppo di sintomi dipende
dalla valutazione cognitiva che il soggetto dà all’evento. Se l’evento verrà vissuto
come minaccioso comporterà verosimilmente un disadattamento con ansia, se invece
verrà investito con un significato di perdita si svilupperà un disturbo di
adattamento con umore depresso, e così via. Ovviamente, i processi di valutazione
sono condizionati dal tipo di personalità, dalle aspettative e dai progetti
personali, dal livello di supporto sociale e dalle precedenti esperienze in merito.
Secondo l’esperienza clinica, la possibilità che una reazione di stress evolva verso
un disturbo di adattamento è condizionata da alcuni fattori di rischio, tra cui
l’elevato valore soggettivo dell’evento (simbolico), le ridotte capacità di gestione
(cosiddette coping skills), il ridotto senso di controllo sulla
situazione, la percezione di minaccia o di perdita, la presenza di altri
concomitanti eventi negativi, il basso grado di supporto familiare e
sociale.Per quanto riguarda invece il tipo di stressor, i più comuni
possono essere rappresentati dal divorzio, dalla morte di persone care, da problemi
di rapporto intrafamiliare, da crisi finanziarie o problemi inerenti l’attività
lavorativa, dal pensionamento, da una malattia fisica, dal cambiamento di residenza,
ecc. Durante l’età infantile e adolescenziale possono rappresentare fattori
scatenanti le difficoltà scolastiche, un cambiamento di scuola o il distacco dalla
famiglia. Infine, ci sono eventi che possono riguardare la comunità in generale più
che il singolo soggetto, come ad esempio disastri naturali, guerre, problemi
religiosi.Il DSM-IV definisce il disturbo di adattamento come lo sviluppo
di sintomi emotivi e comportamentali in risposta a uno o più eventi stressanti che
deve avvenire entro 3 mesi dall’insorgenza dello stressor. Tale sintomatologia deve
essere clinicamente significativa, come evidenziato dalla presenza di marcato
disagio, che va al di là di quanto prevedibile in base all’esposizione al fattore
stressante, e di una compromissione significativa del funzionamento sociale e
lavorativo. I sintomi non devono corrispondere a un lutto e la durata complessiva
non deve superare i 6 mesi dopo la cessazione del fattore scatenante. Tale limite ha
lo scopo di escludere casi di cronicizzazione del disturbo e di includere nella
diagnosi solo casi “transitori”. Talora è possibile considerare una durata superiore
ai 6 mesi e, in questo caso, il disturbo viene definito cronico, ma solo qualora vi
sia una risposta a un fattore stressante cronico o le cui conseguenze risultino
protratte.Va sottolineato, inoltre, che se vengono soddisfatti i criteri
per altri disturbi psichiatrici, come disturbi dell’umore o d’ansia, non viene
formulata diagnosi di disturbo di adattamento.I disturbi dell’adattamento
vengono classificati in base al sottotipo che meglio rappresenta i sintomi
predominanti. Il DSM-IV prevede in tal senso 6 sottotipi: disturbo di adattamento
con umore depresso, con ansia, con ansia e umore depresso misti, con alterazioni
della condotta, con alterazione mista dell’emotività e della condotta e il non
specificato.Il disturbo di adattamento
con umore depresso è il più frequente ed è
rappresentato da una sintomatologia depressiva (tendenza al pianto, disperazione)
che non risulta avere cause somatiche e che non soddisfa i criteri per la distimia o
la depressione maggiore, ma nello stesso tempo è una reazione più intensa rispetto a
una normale risposta allo stress. È particolarmente frequente in pazienti con
patologie oncologiche, croniche o a prognosi infausta e rappresenta spesso una
reazione all’impatto emozionale dell’attesa, all’esito di interventi chirurgici
(prevalentemente demolitivi) o alle terapie (chemioterapia, radioterapia, dialisi,
ecc.).Il disturbo di adattamento con ansia
presenta un quadro dominato esclusivamente da sintomi d’ansia, quali
irritabilità, preoccupazione o irrequietezza o, nel bambino, timore di essere
separato dalle figure più significative.Il disturbo di
adattamento con alterazioni della condotta
è più frequente in età adolescenziale e viene definito dalla presenza di
comportamenti che violano le norme di un contesto sociale (vandalismo, assenze
ingiustificate da scuola, guida pericolosa, atti di violenza, irresponsabilità
legali).Il sottotipo di disturbo “non
specificato” fa riferimento a reazioni maladattative
(lamentele fisiche, ritiro sociale, inibizione sul lavoro), reattive a fattori
psicosociali, che non sono classificabili in altri sottotipi specifici.La
diagnosi viene di solito formulata su un piano sia clinico sia anamnestico. Nel
primo caso occorrerà identificare quella sintomatologia (ansiosa, depressiva,
comportamentale, ecc.) che, pur non essendo inquadrabile in un vero e proprio
disturbo psichiatrico, tuttavia supera in intensità una reazione normale e attesa a
un evento. Nel secondo caso andranno valutati attentamente l’entità dell’evento e il
significato che riveste per il soggetto, nonché la reale correlazione dello stressor
con la sintomatologia manifestata. Talora può essere utile il supporto di strumenti
psicometrici, quali scale di
valutazione di personalità (Minnesota Multiphasic Personality Inventory) o
di auto-eterovalutazione della sintomatologia ansiosa e depressiva (State and Trait
Anxiety Inventory, Hamilton Depression Rating Scale, Zung, ecc.) (vedi
Psicometria).La diagnosi
differenziale viene posta principalmente verso condizioni non attribuibili a
disturbo mentale, verso un disturbo posttraumatico da stress o nei confronti di
specifici disturbi previsti dal DSM-IV.Nel caso di patologie non riferibili
a disturbo mentale, non vi sono alterazioni significative della funzionalità
lavorativa e sociale e non è possibile identificare un evento specifico scatenante
recente. Nel caso, invece, del disturbo posttraumatico da stress è discriminante la
presenza, in quest’ultimo, di un evento stressante non comune e oggettivamente molto
grave (catastrofi naturali, guerre, incidenti gravi, torture, rapine, ecc.) e della
riesperienza del trauma.L’entità della sintomatologia, la presenza di
eventi stressanti e la durata inferiore ai 6 mesi possono aiutare a distinguere un
disturbo di adattamento da una patologia psichiatrica specifica (disturbi
depressivi, d’ansia e di personalità).La prognosi di un disturbo
dell’adattamento può variare a seconda dell’età del soggetto nonché dal contesto e
dalle modalità individuali di risposta all’evento. Vari studi clinici hanno
segnalato come la prognosi sia tendenzialmente positiva nell’età adulta e meno
favorevole in età adolescenziale. Negli adolescenti, infatti, si registra con
maggior frequenza un successivo sviluppo di patologie psichiche, quali depressione
maggiore, disturbo bipolare, alcolismo, schizofrenia, abuso di sostanze e
personalità antisociale.Nell’adulto, mentre può essere possibile
un’evoluzione del disturbo di adattamento con umore depresso in un quadro di depressione maggiore o distimia, risulta meno frequente
un’evoluzione del sottotipo “con ansia” in uno specifico disturbo
d’ansia.La terapia del disturbo di adattamento risulta di secondaria
importanza poiché, di solito, la sintomatologia tende a regredire spontaneamente con
il risolversi dell’elemento stressogeno. Può essere utile, innanzitutto, un’attenta
osservazione clinica dell’evoluzione del disturbo, con la somministrazione di
eventuale terapia di supporto psicologico e/o trattamenti farmacologici a breve
termine. Nel caso prevalga la componente ansiosa risultano efficaci le tecniche di
rilassamento a tipo training
autogeno o biofeedback e interventi di tipo cognitivo centrati su tecniche di problem
solving . Parallelamente, può essere utile l’utilizzo di blande terapie ansiolitiche
benzodiazepiniche (vedi
Benzodiazepine), limitate nel
tempo, in specie se non è possibile strutturare un intervento di supporto
psicoterapico (scarsa motivazione, problemi economici, scarsa disponibilità di
servizi pubblici o privati, ecc.).

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