(ingl. child psychoanalysis; ted. Kinderanalyse; fr. psychanalyse des enfants)“… Non c’è scritto di Freud che non citi il bambino, la sua vita sessuale, i suoi fantasmi, la ricostruzione del suo passato, il sorgere del suo senso di colpa e della sua angoscia e il ripetersi dei conflitti di cui la psicoanalisi degli adulti predice l’origine” (Lebovici 1985): motivazione sufficiente a giustificare il progressivo aumento di interesse da parte del mondo psicoanalitico del tempo, per un campo sino ad allora ampiamente inesplorato. È lo stesso Freud nel 1908 a pubblicare quella che può essere definita la prima psicoanalisi infantile, la Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), essenziale per il fatto di avergli consentito un riscontro diretto delle teorie dello sviluppo, della sessualità infantile, dell’Edipo, inferite dal trattamento analitico con gli adulti.Bisognerà però attendere gli anni Venti per decretare la vera e propria nascita del trattamento analitico infantile e del conseguente sviluppo teorico, a opera di Hermine von Hug-Hellmuth e fondamentalmente di Melanie Klein (vedi
Kleiniana, teoria) e di Anna Freud. Il grande merito di queste psicoanaliste è di aver creato una tecnica capace di evidenziare le situazioni più precoci, e perciò più profonde, dello sviluppo libidico del bambino e, usufruendo delle teorie freudiane senza avvalersi dell’indagine a ritroso attraverso materiale ottenuto dagli adulti, di costruire un castello teorico ulteriormente illuminante tale periodo evolutivo.È la Hug-Hellmuth a rappresentare l’anello di congiunzione tra il piccolo Hans e i successivi lavori di Melanie Klein e Anna Freud e a mettere a disposizione degli analisti le basi che hanno consentito lo sviluppo della psicoanalisi infantile, di cui a tutti gli effetti può esserne definita la precorritrice. Al Congresso di Berlino del 1921 presentò le modifiche apportate alla tecnica classica dell’analisi degli adulti di Sigmund Freud per adeguarla alle fasi di sviluppo infantile, sottolineando l’importanza delle tecniche proiettive del disegno e del gioco libero a integrazione delle libere associazioni. È a lei che si deve l’individuazione del valore simbolico del gioco, usato come mezzo di comunicazione ed equiparato alle libere associazioni dell’adulto. Come Anna Freud, ritiene che l’analista debba rivestire un ruolo educativo, tanto da praticare una “pedagogia curativa”: “Il suo scopo primo era di armonizzare la finalità della psicoanalisi con quella della famiglia, della scuola e della società… essa passò la maggior parte del suo tempo a scoprire i segreti che i bambini avevano intenzionalmente dissimulato ai loro educatori: aveva così aperto la porta alla vita fantasmatica del bambino” (Hoffer 1945).La stragrande maggioranza degli autori ritiene comunque che “la paternità della psicoanalisi infantile… può attribuirsi a Melanie Klein e ad Anna Freud, che cominciano a lavorare sui bambini quasi contemporaneamente,… sviluppando tecniche psicoterapiche e concezioni teoriche molto diverse e spesso nettamente contrastanti. Il contributo di queste due grandi psicoanaliste e dei loro collaboratori allo sviluppo della psicoanalisi infantile e della conoscenza del bambino è di fondamentale importanza e di grande portata” (Nicasi 1978). Si deve infatti ad Anna Freud nel 1927 e a Melanie Klein nel 1932 la pubblicazione di due testi di tecnica, rispettivamente Quattro conferenze sull’analisi infantile e La psicoanalisi dei bambini, che permisero la sistematizzazione della psicoanalisi infantile.Anna Freud ritiene che l’applicazione del trattamento analitico ai bambini debba essere di tipo pedagogico, utilizzando fondamentalmente le tecniche impiegate nelle Child Guidance Clinics, a causa dell’immaturità del loro Super-Io e del rischio derivante dal porli di fronte a contenuti inconsci che non sarebbero in grado di assimilare. Propende inoltre per il mantenimento, da parte del terapeuta, di una situazione analitica positiva e la trasformazione del transfert negativo con modalità non analitiche, sostiene che la fase preparatoria al trattamento analitico infantile sia essenziale per superare la mancanza di quegli elementi presenti nell’analisi dell’adulto, la consapevolezza della malattia, la voglia di guarire, la libertà di decidere di intraprendere il trattamento analitico. Valorizza l’uso del sogno oltre che delle fantasie a occhi aperti e dei disegni durante la seduta con il bambino, limitando invece quello del gioco. A suo dire, solo il gioco libero può essere assimilato alle libere associazioni, non quello nella stanza dell’analisi, corrispondente invece alle resistenze causate dalle frequenti irruzioni e mutamenti cui va incontro.Altro elemento caratteristico della costruzione teorica di Anna Freud è il ritenere il bambino incapace di sviluppare il transfert, a causa del carattere attuale dei suoi legami affettivi originari, non ancora dato storico da rivivere. Essa si oppone, inoltre, a che la psicoanalisi infantile venga usata a livello preventivo, ritenendola utile solo in casi eccezionali, come nel caso dei bambini nevrotici. Successivamente, Anna Freud ridimensiona taluni suoi assunti, ritenendo ad esempio che l’analisi sia possibile anche nel periodo di latenza e “forse” addirittura prima, oltre al fatto che il bambino possa sviluppare il transfert nel trattamento analitico. Ferma è però nel considerare il trattamento analitico infantile non sovrapponibile a quello degli adulti.È con Melanie Klein che si compiono però una vera e propria rivoluzione e una formulazione esaustiva di un modello analitico infantile, a partire dal 1922. Essa rende possibile un’effettiva analisi infantile, totalmente scevra da ogni intento pedagogico, grazie all’introduzione del materiale di gioco, che consente l’incessante emergere dell’attività di personificazione da parte del piccolo paziente nel corso della seduta analitica. Solo la Klein teorizza che il gioco non è un surrogato, ma esattamente l’analogo delle libere associazioni degli adulti e rappresenta la “via regia” all’inconscio del bambino. Sottolinea inoltre l’importanza dell’interpretazione di quanto avviene nel corso della seduta, rivolta a rendere contattabile il mondo interno del bambino, oltre che a bonificare la sottesa angoscia di morte; in tal senso, l’analista media il rapporto del paziente con le fantasmatizzazioni del suo mondo interno, in quanto, secondo la Klein, la realtà interna del soggetto è tanto “reale” quanto quella esterna. Assumono quindi grande importanza le angosce più primitive, quelle connesse all’aggressività, alla distruttività, all’istinto di morte, all’invidia, oltre alle ritorsioni fantasmatiche dell’oggetto aggredito.Altri determinanti assunti della costruzione kleiniana sono la retrodatazione dei conflitti, soprattutto dell’Edipo presente già a 2 anni, e della nascita del Super-Io, oltre alla descrizione della identificazione proiettiva, intesa come meccanismo volto alla liberazione della mente dalle proprie angosce, attraverso l’evacuazione all’esterno o all’interno di un’altra persona che ne diventa il contenitore. In Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi (1935), Melanie Klein parla di una delle due fasi di sviluppo, la posizione depressiva, definendola come la posizione fondamentale nello sviluppo del bambino, garante della salute mentale e perciò del prevalere dei meccanismi nevrotici su quelli psicotici.Alla pressoché totale contestazione da parte di Anna Freud delle concezioni di Melanie Klein circa la tecnica dell’analisi infantile, quest’ultima replica che:l’inconscio dei bambini può essere analizzato con le tecniche appropriate e che ciò conduce inevitabilmente al complesso di Edipo;troppa importanza viene accordata ai genitori reali e poca al modo fantasmatico, con cui il bambino elabora i dati dell’esperienza;l’unico mezzo per alleviare l’angoscia è far emergere alla coscienza la sofferenza e il senso di colpa, depotenziando il Super-Io attraverso l’intervento analitico, non certo avvalendosi di quello pedagogico, che invece rafforza tale istanza;è improprio manipolare il bambino con manovre seduttive, per facilitare l’insorgenza del transfert positivo, perché importante è solo l’analisi delle motivazioni che inducono il bambino a cogliere nel terapeuta una figura buona o cattiva.L’opera della Klein parte quindi da Sigmund Freud, mostrando quanto salutare sia per il bambino che il terapeuta favorisca l’emergere delle tendenze inconsce, passa attraverso l’opera della Hug-Hellmuth, accordandole il merito di essersi per prima occupata dell’analisi sistematica dei bambini, per giungere ad Anna Freud, dalla quale prende le distanze per l’eccessiva ristrettezza della tecnica, rappresentante un ostacolo al successivo sviluppo della psicoanalisi infantile.Nel periodo postbellico il conflitto tra queste due analiste dà origine a uno scisma all’interno della Società psicoanalitica britannica, da cui nasce un gruppo osservante le tecniche di Anna Freud, un altro di seguaci della Klein e un terzo di indipendenti, detto “gruppo di mezzo”.La diffusione della psicoanalisi infantile a partire dal 1945 vede l’Argentina come il luogo ove l’opposizione tra le due scuole, annafreudiana e kleiniana, si fa sentire meno: A. Aberastury, colei che vi introduce l’analisi dei bambini, ha infatti una prima formazione annafreudiana, poi, incontrata l’opera della Klein, riesce ad armonizzare al meglio tale duplice influenza. Tra i kleiniani in Argentina possiamo annoverare E. Rodrigué, E. Racker e J. Bleger.Gli Stati Uniti sono invece per lungo tempo terreno esclusivo delle teorie annafreudiane, essenzialmente a causa dell’enorme importanza assunta nel periodo postbellico dagli immigrati viennesi. Tra essi troviamo H. Hartmann, E. Erikson, E. Kris, R. Spitz, P. Greenacre, M. Mahler, B. Bettelheim, formatori di A. Katan, H. Ross, M. Kriss e dei coniugi Furman, generazione successiva di analisti infantili. Melanie Klein viene invece totalmente ignorata, finché W. Bion nel 1970, trasferitosi a Los Angeles, cerca di introdurre taluni suoi concetti, ma a tutt’oggi profonda continua a essere l’ostilità degli ambienti psicoanalitici americani verso tale approccio.Anche la Francia, come la maggior parte dell’Europa continentale, rimane sotto l’influsso del modello annafreudiano e M. Bonaparte, amica della Freud, ha avuto un importante ruolo in tal senso. Gli esponenti più eminenti sono S. Lebovici, R. Diatkine, J. de Ajuriaguerra, B. Brusset, I. Hellman, S. Nacht, M. Soulé, E. Kestenberg, i quali accostano all’approccio annafreudiano taluni concetti kleiniani.Per quanto concerne la Gran Bretagna, pur con diversi momenti di tensione, le due scuole devono coabitare, anche se netta è la prevalenza di quella kleiniana. Quest’ultima è la teoria di riferimento di P. Heimann, J. Rivière, W. Bion e D. Meltzer (poi allontanatisi), S. Isaacs, H. Segal, B. Joseph, E. Bick, F. Tustin, Money-Kyrle, M. Harris. Freudiani sono invece D. Burlingham, W. Hoffer, K. Friedlander, Hedwig, J. Sandler, Bolland, H. Kennedy, R.L. Tyson, A.M. Sandler e T. Freeman.In merito al “gruppo di mezzo”, si può dire che esso venne creato da D. Winnicott e da M. Balint, a cui aderirono inizialmente Glover, Jones, Strachey, Sharpe, Payne, Fairbairn, in seguito anche Bowlby, Meltzer, Bion e molti altri.“Diversi sono gli autori (Money-Kyrle, 1968; Meltzer 1978; De Bianchedi 1991) che, riguardo alla psicoanalisi degli adulti, propongono, radicalizzando, di distinguere tre fondamentali modelli: quello freudiano, quello kleiniano e un modello ispirato a Bion. Sono del parere che tale tripartizione possa valere anche per l’analisi dei bambini. Ritengo inoltre che altri autori, pur essendo di primissimo piano, in fondo non costituiscano un proprio modello unitario, anche se hanno dato contributi rilevantissimi, ma si pongono come ‘variazioni sul tema’, magari con archi evolutivi complessi come quello di Meltzer che, partito da posizioni strettamente kleiniane, negli ultimi anni assume in modo originale radicali posizioni del pensiero di Bion” (Ferro A, 1992). Nonostante il tentativo di farne un continuatore della Klein, in verità Bion crea una frattura con il suo modello, al pari di quello che essa stessa ha determinato rispetto a Freud e la rivoluzione nata dal suo pensiero è tale da determinare un’enorme modificazione di tutta la psicoanalisi, tanto da non consentire più distinzione alcuna tra analisi degli adulti e quella infantile.I temi principali del pensiero bioniano riguardano la psicosi, la tecnica psicoanalitica, i processi di conoscenza e di pensiero, i gruppi, oltre al concetto di identificazione proiettiva, di cui la Klein individua gli aspetti patologici, mentre Bion ne evidenzia quelli normali. Egli elabora quindi tre diverse teorie, che rappresentano l’elaborazione dell’altra metà della storia dell’analisi.La teoria del contenimento si basa sul contatto emotivo intercorrente tra madre e neonato, che rappresenta poi, a livello fantasmatico, la relazione tra terapeuta e paziente, e consiste nella presenza e capacità empatica della madre di entrare in sintonia con gli aspetti emozionali profondi del bambino, trasformandosi da contenitore biologico a contenitore mentale. È quindi attraverso la capacità contenitiva, e perciò di reverie, della madre che si favorisce nel bambino la capacità di pensare e di conoscere. Essendo alla base della capacità relazionale, tale funzione viene assolta, secondo Bion, anche dal terapeuta, il cui interesse centrale deve focalizzarsi sull’apparato per pensare, prima che sul contenuto del pensiero. Tale operazione è fondamentalmente di carattere emotivo-affettivo, perché può nascere solo ponendosi in sintonia con la stessa tonalità affettiva del paziente, o del figlio nel caso della madre. Si coglie in tal senso l’idea di un rapporto che deve essere costruito nella relazione, anziché interpretato. Il concetto di contenimento può essere assimilato a quello di holding di Winnicott e a quello di “pelle” della Bick.Attraverso la teoria del pensiero Bion ipotizza l’esistenza di una funzione alpha che mentalizza le impressioni sensoriali non solo esterne, che vengono elaborate in pensieri, di cui quello onirico è la forma prima. Alla mentalizzazione corrisponde la dementalizzazione, che muta gli elementi alpha in beta, evacuati dalla mente tramite l’identificazione proiettiva che li fa diventare oggetti esterni, animati di parti che il soggetto, sia esso il paziente o l’analista, ha proiettato fuori di sé. In tal senso, si coglie il diverso valore accordato da Bion alla vita mentale del terapeuta durante la seduta, al suo funzionamento e alle sue disfunzioni: le identificazioni proiettive non sono solo quelle evacuative e disturbanti del paziente, ma anche un modo normale di comunicare della mente.Nella teoria della conoscenza Bion afferma che la conoscenza è essenzialmente di natura relazionale e può essere messa in atto solo a patto che siano riconosciuti lo stato di mancanza e di bisogno originari. La conoscenza è, in tal senso, una funzione della mente, di cui motore è il bisogno, mentre l’amore e l’odio ne sono i fattori.

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