PSICOLOGIA ANALITICA

È la teoria elaborata da C.G. Jung nell’ambito della psicologia del profondo, in seguito al distacco dal pensiero psicoanalitico di S. Freud avvenuto nel 1912 con la pubblicazione di Simboli della trasformazione in cui, in merito alla libido, afferma: “È più prudente parlando di libido intendere con questo termine un valore energetico suscettibile di comunicarsi a una sfera qualsiasi di attività: potenza, fame, odio, sessualità, religione, eccetera, senza essere un istinto specifico”. Viene in tal senso rifiutata la teoria sessuale dell’origine delle nevrosi, in nome di una teoria psicologica basata sul concetto di libido, come energia psichica in generale: “Non si intende negare l’importanza della sessualità negli eventi psichici, come Freud si ostina a credere, ma si vuole arginare l’inondazione della psiche da parte di una terminologia sessuale, e rimettere la stessa sessualità al posto che le compete”.Sostanziale è inoltre la differenza nel modo di intendere il simbolo, per Freud semplice segno o “indizio semantico” che rinvia a un contenuto sotteso a un piano interpretativo ben definito, mentre per Jung è “l’immagine di un contenuto che per la massima parte trascende la coscienza”, è un’idea intuitiva che promuove lo sviluppo e la trasformazione dell’individuo verso il processo di individuazione, che rappresenta il percorso verso la guarigione.Metodo. Jung ritiene che nel momento in cui occorre chiarire un fatto psicologico sia necessario valutarlo sotto due aspetti, l’aspetto causale e l’aspetto finale. “La concezione finalistica intende le cause come mezzo diretto a uno scopo. Un semplice esempio è il problema della regressione: causalmente la regressione è dovuta alla “fissazione alla madre”; finalisticamente, invece, la libido regredisce all’imago della madre per cogliervi le associazioni mnestiche attraverso le quali può avvenire lo sviluppo, ad esempio, dal sistema sessuale a un sistema psichico”. La sua teoria guarda al “risultato finale dell’analisi e considera gli impulsi fondamentali dell’inconscio come simboli, che indicano una determinata linea dello sviluppo futuro. Dobbiamo tuttavia ammettere che non c’è giustificazione scientifica per quest’ipotesi, perché la nostra presente scienza naturale si fonda completamente sulla causalità. Ma la causalità non è che uno dei principi e la psicologia non può essere esaurita con metodi soltanto causali, perché lo spirito vive anche in vista di scopi. (…) Un’esclusiva riduzione a cause rinforza le tendenze primitive della personalità, ma ciò è giovevole soltanto se queste tendenze primitive vengono in pari tempo tenute in equilibrio mediante il riconoscimento del loro valore simbolico”. In tal senso, Jung legge i sintomi quali simboli di cambiamenti da effettuare, non soltanto come segni di disadattamento da riadattare, e tale visione della patologia lo induce ad avvalersi dialetticamente nell’attività psicoterapeutica sia del metodo riduttivo sia del metodo costruttivo: mentre il metodo riduttivo implica l’uso di modalità interpretative, adeguate al problema in atto in quel momento, il metodo costruttivo, che consiste nell’accompagnare il paziente nella realizzazione del progetto esistenziale rivelatogli dall’inconscio, chiama in causa la personalità del terapeuta. La pratica terapeutica junghiana è caratterizzata dal rifiuto di ogni forma di rigorismo tecnico e dall’impegno personale dell’analista che, per contribuire alla crescita del soggetto, deve al contempo trasformare se stesso. Jung, quindi, a differenza di Freud che utilizza esclusivamente il metodo riduttivo e considera il materiale analiticamente, risolvendo cioè il presente nel passato, ritiene che tale materiale vada trattato sinteticamente, attraverso la costruzione del futuro dal presente e attraverso il tentativo di stabilire rapporti tra coscienza e inconscio, tra coppie di opposti psichici, per fornire una nuova base alla personalità, sulla quale edificare un saldo equilibrio psichico.Il simbolo e il processo di trasformazione. Nella concezione energetica, l’individuo riesce a trasferire sul simbolo la libido, orientata in tal modo verso un’attività unitaria, ovvero culturale, anziché annullarsi rimanendo a livello di vita naturale. Il simbolo è quindi visto da Jung come il vero trasformatore di energia che acquisisce una funzione centrale nel processo evolutivo della coscienza, sia nel corso della storia dell’umanità sia nel processo di individuazione del singolo. È quindi un veicolo fondamentale di trasformazione, che indica le tappe della sintesi dialettica tra coscienza e inconscio, tra cultura e natura, lungo il cammino dell’umanità, il cui sbocco finale è una ricomposizione degli opposti. “Il simbolo presuppone sempre che l’espressione scelta sia la migliore indicazione o formulazione possibile di un dato di fatto relativamente sconosciuto, ma la cui esistenza è riconosciuta o considerata necessaria”. È l’unica possibile espressione di quella parte dello psichismo sconosciuta alla coscienza, in quanto ancora inconscia. Attraverso l’analisi del simbolo si può cogliere quale ampliamento abbia apportato Jung al concetto di psiche, introducendovi la nozione di storia che le teorie psicologiche antecedenti avevano lasciato fuori dalle loro indagini ed emancipandolo dallo sfondo naturalistico ove lo stesso Freud l’aveva relegato, assimilando la psiche alla pulsione del soggetto. Egli afferma inoltre che ”Le immagini mitologiche non si presentano mai isolate. All’interno sono sempre inserite in un contesto oggettivo e in un contesto soggettivo: hanno cioè un’intima connessione fra di loro e col soggetto che le ha create”.L’inconscio e le sue figure. “La psiche rappresenta una totalità che è conscia e inconscia al tempo stesso” e “alla coscienza non spetta che una posizione intermedia relativa, ed essa deve tollerare di essere, per così dire, superata e circondata da tutte le parti dalla psiche inconscia. L’inconscio copre quindi tutti quei processi psichici che l’Io non riconduce a , ma sperimenta nell’ambito della personalità come qualcosa di alieno alla propria facoltà di decisione. Le manifestazioni dell’inconscio vengono ricondotte all’inconscio personale e all’inconscio collettivo. Le manifestazioni dell’inconscio personale si rifanno agli eventi della storia personale, quali “ricordi che sono andati perduti, rappresentazioni penose rimosse, percezioni cosiddette subliminali, cioè percezioni sensorie che sono abbastanza intense da raggiungere la coscienza e infine contenuti che non sono ancora maturi per la coscienza”. Le manifestazioni dell’inconscio collettivo si rifanno al patrimonio storico-culturale dell’intera umanità o di comunità più o meno vaste. Esse si individuano non solo nella simbologia onirica e nelle allucinazioni degli psicotici, bensì nei riti religiosi e nei miti (vedi
Mito), nelle opere d’arte, nelle visioni mistiche, negli archetipi, essenziali intuizioni della collettività, il cui significato si individua nei potenziali momenti di sintesi dialettica tra conscio e inconscio. Gli archetipi sono “forme a priori” di apprendimento, il cui significato ultimo “può essere circoscritto non descritto”, poiché “qualunque cosa asseriamo circa l’archetipo si tratta di dimostrazioni o concretizzazioni che appartengono alla coscienza”. Quindi, il contenuto dell’inconscio collettivo è soprattutto rappresentato da archetipi, quello dell’inconscio personale da complessi. L’inconscio è perciò il luogo di una psiche oggettiva, comune a tutti gli individui in quanto rimanda alle basi filogenetiche, istintuali della specie umana, mentre la relazione che ciascuno intrattiene con esso è profondamente soggettiva, originale, perché da ciò ognuno dà vita a soluzioni assolutamente personali. Jung comunque al pari di Freud definisce “ipotetici i processi inconsci, perché l’inconscio, per definizione, non è accessibile all’osservazione diretta, ma può solo essere inferito”.Configurando la rappresentazione dell’inconscio in termini spaziali si può procedere dall’esterno all’interno individuando: la persona , ossia la maschera che si esprime attraverso condotte capaci di rispondere adeguatamente alle necessità della vita quotidiana purché non vi sia identificazione con quest’immagine, in quanto tale processo potrebbe portare al diniego di talune parti della personalità, compreso l’inconscio; l’ombra coincide con i contenuti psichici rimossi dell’inconscio personale ed è la parte oscura della personalità, quanto di sé ciascuno teme, disprezza e tenta di disconoscere, perché incompatibile, ad esempio, con il proprio ruolo sociale; tuttavia, più essa è nascosta, maggiore è la probabilità che emerga prendendo il sopravvento; l’anima e l’animus , rispettivamente attinenti alla psicologia maschile e femminile, sono archetipi che caratterizzano il mondo interno della psiche, ossia le immagini dell’altro sesso che portiamo in noi, sia come singoli sia come appartenenti alla nostra specie, la cui manifestazione interna si incontra nei sogni e nelle fantasie.L’asse Io-
e il processo di individuazione. Tutta la psicologia analitica gravita attorno al concetto di individuazione , inteso come il processo del graduale divenire se stesso dell’individuo, un essere umano intero, inscindibile e differenziato dalla psiche collettiva conscia e inconscia, attraverso l’attuazione o realizzazione del proprio Sé. Tale processo richiede, oltre a una particolare tensione esistenziale, la volontà di cogliere il senso più vero del proprio progetto di vita, per diventare così l’esperienza principale che l’individuo possa vivere. L’individuazione non è perciò altro che l’interminabile interazione tra l’Io e il Sé, la cui soddisfacente armonizzazione fa sì che ambedue palesino le loro qualità e che si giunga a una fusione tra il collettivo e l’unico, tra l’universale e l’individuale, per pervenire alla comprensione del significato individuale di ciascuna esistenza. Jung afferma che “quando si riesce a sentire il Sé come un irrazionale, come un ente indefinibile, al quale l’Io non è né contrapposto né sottoposto, ma pertinente e attorno al quale ruota come la terra attorno al sole, allora la meta dell’individuazione è raggiunta”. Il raggiungimento della propria autenticità è strettamente correlato alla graduale realizzazione del Sé, che si realizza lungo tutta la vita ed emerge dalla conciliazione che il soggetto riesce a compiere, o che si compie in lui, tra le pulsioni vitali autonome e le sue esigenze coordinatrici, tra il bisogno di significato individuale e le istanze comportamentali collettive. Il Sé viene quindi definito come il sommo potenziale dell’individuo, il centro e la circonferenza della personalità, come l’Io è il centro e la totalità della coscienza. L’Io è quindi considerato derivante dal Sé e a questi subordinato, comportandosi con esso come una parte rispetto al tutto. È il complesso di rappresentazioni che costituisce il nucleo della coscienza e che pare possedere un alto livello di continuità e di identità con sé. Tali rappresentazioni consce contengono quanto il soggetto conosce di sé, vale a dire quelle peculiarità che egli accetta perché conformi ai valori sociali in cui crede.Tipologia. Sempre nell’ambito della visione dialettica della vita psichica del soggetto, Jung elabora una tipologia dinamica che considera le caratteristiche del comportamento quali modalità di orientamento e di atteggiamento verso il mondo esterno e verso il mondo interno. In seguito alla distinzione tra i due atteggiamenti di base verso il mondo, l’introversione e l’estroversione, vengono delineati i tipi psicologici di sentimento, pensiero, sensazione e intuizione. Rappresentando modalità opposte e incompatibili tra loro, come l’intuizione e la sensazione o il pensiero e il sentimento, alcune funzioni differenziate caratterizzano la disposizione dell’Io verso il mondo esterno e perciò la Persona, in antitesi a esse, altre indifferenziate caratterizzano l’orientamento verso il mondo interiore. Tali modalità possono essere discordanti o complementari tra loro, a seconda che il soggetto respinga o accetti il dialogo tra l’inconscio e l’Io. Jung sottolinea l’utilità di tale classificazione in funzione al processo di individuazione, che richiede il riconoscimento e l’accettazione delle funzioni inferiori della personalità rimaste indifferenziate e la loro integrazione nell’attività psichica di un essere umano “adulto”.