Partiamo da una domanda di una collega. “A volte le persone si comportano in modo troppo arrogante e la pace non sempre aiuta. Più precisamente: quando tu vuoi la pace, ma allo stesso tempo qualcun altro non la vuole e cerca di trascinarti in aggressività, ostilità, odio. E’ possibile risolvere pacificamente o è necessario rimettere al loro posto, indicare i limiti del lecito?”
Sì, spesso si può risolvere pacificamente, ma “pacificamente” non significa “senza confini”.
Due fonti lontanissime, un etologo olandese che studia primati, Frans De Waal e un personaggio di Dostoevskij, convergono su questo punto. La pace non è un sentimento. È un lavoro.
La pace non è una posa morale
De Waal lo dice senza giri di parole: per noi esseri umani, fare pace non è un lusso spirituale o un’aspirazione da anime belle. È un pezzo della nostra natura sociale, esattamente come il conflitto. E lo dice da scienziato: osservazioni rigorose, comportamenti classificati, dati ripetuti, non impressioni.
Questo approccio etologico è quasi un antidoto alla spirale che tutti conosciamo: lui è arrogante, io mi irrigidisco, lui alza i toni, io esplodo.
Perché ti costringe a guardare i comportamenti invece delle etichette, a mettere il conflitto dentro una storia (con un passato e un futuro) invece che in un singolo momento incandescente. E soprattutto ti ricorda che guerra e pace non sono stati puri: c’è un movimento continuo, una dinamica che De Waal chiama “yin-yang” tra tensione e riparazione.
La domanda, quindi, non è “devo essere buono o duro?”. È un’altra: quale combinazione di riparazione e confini interrompe l’escalation e salva ciò che vale la pena salvare?
Fare pace significa riparare, non calmarsi
Uno dei punti più forti del libro è la ridefinizione di cosa significhi “fare pace”.
De Waal racconta che dopo una lite i primati non si calmano a caso, ognuno per conto suo. Cercano proprio l’ex avversario, perché il problema e quindi la riparazione, sta lì. La riconciliazione non serve solo a stare meglio dentro: serve a ristabilire la stabilità sociale. E aggiunge una cosa che per noi è enorme: negli animali sociali la lotta non porta necessariamente a separazione e distanza. Spesso hanno modi per accelerare la ricucitura.
Se una relazione deve continuare, la domanda non è “come evito ogni conflitto?”, ma “come riparo in modo credibile quando il conflitto succede?”.
La pace ha condizioni
Qui arriviamo al cuore della domanda: la pace non sempre aiuta, soprattutto se l’altro la usa come invito a spingere di più.
De Waal lo dice con una frase: “Peace is always linked to particular conditions.” Nel libro fa un parallelo esplicito con i trattati internazionali: la pace non è solo fine della guerra, è inizio della relazione a nuove condizioni.
Quindi sì: indicare i limiti del lecito non è l’opposto della pace. È spesso la sua precondizione.
Un confine sano, in pratica, suona così: “Io voglio parlarne, ma non con questo tono.” Oppure: “Se continui a insultare, chiudo la conversazione.” Oppure ancora: “Possiamo riprendere quando sei disposto a discutere senza trascinarmi nell’odio.”
Non è aggressività. È un trattato minimo: questa è la cornice, se no mi ritiro.
Una lente letteraria: Zosima e l’amore che non si confonde con la resa
Nei Fratelli Karamazov Dostoevskij dà un nome a questa stessa intuizione: “amore attivo”.
Da giovane ufficiale, Zinov’ij (il futuro Zosima) sta per uccidere un uomo per gelosia. La mattina del duello, guardando la natura, ricorda le parole del fratello morente Markel: “Ognuno è colpevole davanti a tutti, per tutti.” Lascia sparare l’avversario, poi si getta ai suoi piedi e chiede perdono. L’altro resta sconvolto.
Zosima lo descrive come qualcosa di molto diverso dal sentimentalismo: non è un “restare buoni” mentre l’altro alza il volume, né un ideale astratto che ti lascia inerme. È una pratica, quasi una disciplina: restare orientati al legame senza consegnarsi alla violenza.
E soprattutto: l’amore attivo non è cieco. Ha una qualità che, in chiave clinica, chiameremmo realtà: vede l’altro per quello che sta facendo, non per come speriamo che diventi. Per questo può includere la frase più impopolare ma spesso più sana: “con me, così, non si può.”
Non come punizione, ma come cornice. Se la relazione deve avere un futuro, l’amore attivo non alimenta la spirale dell’umiliazione reciproca: interrompe l’escalation con un gesto che non disprezza. In Dostoevskij, la vera alternativa non è tra mitezza e durezza. È tra due posture interiori: la pace come fuga, la pace come responsabilità.
Qui Zosima e De Waal si toccano: la pace, per esistere, ha bisogno di una forma. E la forma è il confine.
Quando serve chiarezza sul potere
Questa è la parte scomoda, ma De Waal la espone in modo molto netto: in certi sistemi sociali, la pace arriva quando si chiarisce chi sta sopra o chi decide cosa. Non perché sia bello, ma perché l’ambiguità mantiene la competizione in ebollizione.
Tra maschi di scimpanzé, scrive, un meccanismo che facilita la pacificazione è un ordine di rango formalizzato. E lo dice con una frase forte: “The best predictor of improvement of an adverse relationship is the emergence of an unequivocal victor.” Quando uno dei due rivali capitola formalmente, la relazione migliora di colpo: aumentano i comportamenti affiliativi, calano le confrontazioni.
Non significa che vince chi urla di più. Significa che, se una relazione è bloccata in una lotta di status, a volte la pace richiede chiarezza: chi ha autorità su cosa, quali sono le regole, quali conseguenze scattano. Nel nostro mondo questa chiarezza può essere un regolamento, un ruolo, una decisione, un “no” definitivo. “Rimettere al loro posto” può significare ristabilire la cornice, non umiliare qualcuno.
Pace implicita e pace esplicita
De Waal descrive nei macachi rhesus delle “contact passes”: il dominante passa vicino al subordinato senza fargli nulla. Il messaggio è letteralmente: guarda, non ti farò del male. È una riconciliazione implicita.
Poi fa un ponte diretto con gli umani. Esistono riconciliazioni implicite: nessuno nomina il litigio, ma si torna a interagire normalmente. Ed esistono riconciliazioni esplicite, dove si parla del conflitto, ci si scusa, si chiarisce.
Questa distinzione è potente in chiave transculturale. In alcuni contesti “fare finta di niente” è segno di maturità e rispetto; in altri è passivo-aggressività, e serve l’esplicito. De Waal nota anche una cosa pratica: nelle relazioni, spesso il subordinato si prende più colpa, altrimenti il conflitto può escalare perché il dominante percepisce minacciata la propria autorità.
Quando qualcuno ti trascina nell’ostilità, vale la pena chiedersi in che modello sta giocando: vuole una riparazione implicita? Una esplicita? O vuole solo vincere lo status?
A volte serve un arbitro
De Waal descrive interventi di terzi che riportano calma e stabilità. Racconta di una femmina, Mama, che interviene tra due maschi dominanti: una mediazione che giova all’intera comunità. E di un maschio, Luit, che in un periodo di leadership assume un ruolo di controllo: sta in mezzo tra le parti che urlano finché si calmano.
Quando l’altra persona non vuole la pace, tu da solo potresti non bastare. E non è una sconfitta, è realismo sociale. A volte serve un facilitatore, un mediatore, un superiore, un moderatore, una regola scritta. O più semplicemente cambiare contesto: parlare in un luogo diverso, in un tempo diverso, con testimoni, per iscritto.
Ti fermo, ma non ti disprezzo
Qui De Waal dà la risposta più elegante alla paura implicita nella domanda: se metto confini, divento aggressivo?
No. Puoi mettere confini e restare umano.
C’è un passaggio in cui descrive una madre scimmia che schiaffeggia il piccolo e poi lo abbraccia e lo consola. Nello stesso gesto ha insegnato una lezione e ha comunicato affetto continuo.
Questa è la definizione di nonviolenza assertiva: “Questo comportamento non va bene”, il limite. “Io resto disponibile al legame se rientri nel lecito”, la cura. Non umiliazione. Non rancore eterno. Non vendetta.
E se davvero l’altro non vuole la pace?
La pace non è un atto solitario. La riparazione richiede almeno un minimo di reciprocità.
De Waal suggerisce qualcosa di molto concreto, quasi geopolitico: le parti che hanno bisogno l’una dell’altra tendono a litigare meno e, se litigano, a fare pace più facilmente. Se manca una base solida, continueranno a combattere a prescindere.
Quindi, quando l’altro vuole trascinarti nell’odio, una domanda fredda ma liberatoria è: esiste una base di cooperazione reale tra noi? Questa relazione ha futuro per entrambi, o è solo un ring?
Se la base non c’è, la strategia pacifica può essere semplicemente uscire. Uscire non è perdere la pace: è smettere di finanziare la guerra.
Pace come riparazione con dignità
Alla fine, quello che De Waal osserva nei primati e che Dostoevskij mette in scena con Zosima è la stessa idea, detta in due lingue diverse: la pace non cancella il conflitto; lo rende abitabile.
E lo fa con due strumenti che spesso ci sembrano incompatibili, ma non lo sono: riparazione (un gesto che ricuce) e confine (una regola che impedisce alla relazione di scivolare nel lecito dell’abuso).
Per questo “rimettere al loro posto” può essere, nel migliore dei casi, una frase povera per dire una cosa ricca: ristabilire la forma del legame. Non umiliare. Non vendicare. Ma dire: “Io non ti disprezzo. Però qui ci fermiamo.”
Fonti:
- Frans de Waal, Peacemaking among Primates, Harvard University Press, 1989.
- Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Libro VI (“Il monaco russo”).
- Lee Trepanier, “The Politics and Experience of Active Love in The Brothers Karamazov”, 2009.
- Peter Roberts, “Love, attention and teaching: Dostoevsky’s The Brothers Karamazov”, Ethics and Education, 2017.