La tenerezza come forma di conoscenza

“Ciò che si ritiene essenziale per la salute mentale è che il neonato e il bambino piccolo sperimentino una relazione calda, intima e continua con la madre (o con un sostituto materno permanente) nella quale entrambi trovino soddisfazione e piacere.” (John Bowlby)

Cosa succede davvero quando qualcuno culla un bambino? Chi sta calmando chi? E cosa c’entra la tenerezza con il modo in cui impariamo a stare al mondo?

Per rispondere bisogna andare in Cile, nella Valle dell’Elqui, dove una maestra di scuola rurale ha scritto sul rapporto tra il corpo che cura e il corpo che impara. Si chiamava Lucila Godoy Alcayaga. Il mondo l’avrebbe conosciuta come Gabriela Mistral, la prima donna e la prima latino-americana a ricevere il Nobel per la Letteratura, nel 1945.

Una maestra prima di tutto

Gabriela Mistral prima di essere poetessa era maestra. Il Cile si definisce un país de poetas e Mistral è la radice di questa definizione. Una donna che ha passato anni nelle aule delle scuole rurali cilene e che ha capito, con l’intelligenza delle mani, qualcosa che la scienza avrebbe cercato di formulare solo decenni dopo.

Il cullare: un colloquio con la propria anima

Nel Colofón con cara de excusa, la prosa che chiude Ternura, Mistral racconta come nascono le canzoni di cuna. Scrive:

La mujer es quien más canta en este mundo, pero ella aparece tan poco creadora en la historia de la música que casi la recorre de labios sellados.

La donna è chi più canta al mondo, eppure attraversa la storia della musica quasi a labbra sigillate.

E prosegue:

Las primeras Evas comenzaron por mecer a secas, con las rodillas o la cuna; luego se dieron cuenta de que el vaivén adormece más subrayado por el rumor; este rumor no iría más lejos que el runrun de los labios cerrados. Pero pronto le vino a la madre un antojo de palabras enderezadas al niño y a sí misma. Porque las mujeres no podemos quedar mucho tiempo pasivas, aunque se hable de nuestro sedentarismo, y menos callarnos por años.

Le prime Eve cominciarono cullando a secco, con le ginocchia o la culla; poi si accorsero che il dondolio addormenta di più se accompagnato da un ronzio; quel ronzio non andava più in là del brusio delle labbra chiuse. Ma presto alla madre venne la voglia di parole dirette al bambino e a sé stessa. Perché le donne non possiamo restare passive a lungo, anche se si parla del nostro sedentarismo, e men che meno tacere per anni.

Cosa succede davvero quando qualcuno culla un bambino?

La madre buscó y encontró, pues, una manera de hablar consigo misma, meciendo al hijo, y además comadreando con él, y por añadidura con la noche, «que es cosa viva».

La madre cercò e trovò un modo di parlare con sé stessa, cullando il figlio, e inoltre chiacchierando con lui, e per giunta con la notte, «che è cosa viva».

La canción de cuna sería un coloquio diurno y nocturno de la madre con su alma, con su hijo y con la Gea visible de día y audible de noche.

La canzone di cuna sarebbe un colloquio diurno e notturno della madre con la propria anima, con il figlio e con la Terra visibile di giorno e udibile di notte.

La canzone di cuna, dunque, non è fatta per il bambino. È fatta con il bambino, attraverso il bambino, accanto al bambino. Ma chi la ninna nanna regola davvero è chi la canta.

La canción de cuna es nada más que la segunda leche de la madre criadora. A la leche se asemeja ella en la hebra larga, en el sabor dulzón y en la tibieza de entraña.

La canzone di cuna non è altro che il secondo latte della madre che allatta. Al latte somiglia nel filo lungo, nel sapore dolciastro e nel tepore di viscera.

Meciendo: il mare, il vento, Dio

La poesia che apre Ternura è Meciendo — «Cullando». Otto versi:

El mar sus millares de olas mece, divino. Oyendo a los mares amantes, mezo a mi niño.

El viento errabundo en la noche mece los trigos. Oyendo a los vientos amantes, mezo a mi niño.

Dios Padre sus miles de mundos mece sin ruido. Sintiendo su mano en la sombra mezo a mi niño.

Il mare le sue migliaia di onde / culla, divino. / Ascoltando i mari amanti, / cullo il mio bambino. // Il vento errante nella notte / culla i grani. / Ascoltando i venti amanti, / cullo il mio bambino. // Dio Padre i suoi mille mondi / culla senza rumore. / Sentendo la sua mano nell’ombra / cullo il mio bambino.

Il cullare non è un’azione locale tra un adulto e un neonato. È la forma più antica della cura, e Mistral lo sa perché lo ha osservato con gli occhi di chi sta ore accanto ai bambini, non minuti.

Quando canto, il male finisce

Suavidades:

Cuando yo te estoy cantando, en la Tierra acaba el mal: todo es dulce por tus sienes: la barranca, el espinar.

Cuando yo te estoy cantando, se me acaba la crueldad; suaves son, como tus párpados, ¡la leona y el chacal!

Quando ti canto, / sulla Terra finisce il male: / tutto è dolce intorno alle tue tempie: / il burrone, lo spineto. // Quando ti canto, / mi si esaurisce la crudeltà; / morbidi sono, come le tue palpebre, / la leonessa e lo sciacallo!

Il canto che culla non calma solo il bambino. Calma chi canta. Il burrone e lo spineto diventano dolci non perché il mondo cambi, ma perché chi canta, cantando, cambia il proprio modo di stare al mondo.

Cullare la Terra

La madre che culla trasforma il mondo. Lo rende abitabile.

Yo no solo fui meciendo a mi niño en mi cantar: a la Tierra iba durmiendo al vaivén del acunar…

Non cullavo solo / il mio bambino nel mio canto: / la Terra stavo addormentando / nel dondolio del cullare…

E in Dormida:

Meciendo, mi carne, meciendo a mi hijo, voy moliendo el mundo con mis pulsos vivos.

El mundo, de brazos de mujer molido, se me va volviendo vaho blanquecino.

Cullando, la mia carne, / cullando mio figlio, / vado macinando il mondo / con i miei polsi vivi. // Il mondo, dalle braccia / di donna macinato, / mi si va trasformando / in vapore biancastro.

Attaccarsi

Non è più la madre che protegge il figlio. È la madre che chiede al figlio di non lasciarla.

Apegado a mí:

Velloncito de mi carne, que en mi entraña yo tejí, velloncito friolento, ¡duérmete apegado a mí!

La perdiz duerme en el trébol escuchándome latir: no te turben mis alientos, ¡duérmete apegado a mí!

Hierbecita temblorosa asombrada de vivir, no te sueltes de mi pecho: ¡duérmete apegado a mí!

Yo que todo lo he perdido ahora tiemblo de dormir. No resbales de mi brazo: ¡duérmete apegado a mí!

Batuffolo della mia carne, / che nelle mie viscere io tessetti, / batuffolo infreddolito, / addormentati attaccato a me! // La pernice dorme nel trifoglio / ascoltandomi battere: / non ti turbino i miei respiri, / addormentati attaccato a me! // Erbetta tremante / stupita di vivere, / non scioglierti dal mio petto: / addormentati attaccato a me! // Io che tutto ho perduto / ora tremo ad addormentarmi. / Non scivolare dal mio braccio: / addormentati attaccato a me!

Quelli che non danzano

C’è chi insegna danza ai bambini come tecnica e c’è chi insegna danza come modo di abitare il proprio corpo e il mondo, anche quando il corpo sembra non collaborare. Mistral scrive per la seconda categoria. Il girotondo non esclude nessuno, perché danzare non è una questione di gambe: è una questione di cuore. 

C’è una poesia in Ternura che non parla di neonati ma di bambini più grandi, e che tocca un punto diverso e altrettanto profondo. Si intitola Los que no danzan.

Una niña que es inválida dijo: «¿Cómo danzo yo?». Le dijimos que pusiera a danzar su corazón…

Luego dijo la quebrada: «¿Cómo cantaría yo?». Le dijimos que pusiera a cantar su corazón…

Dijo el pobre cardo muerto: «¿Cómo danzaría yo?». Le dijimos: «Pon al viento a volar tu corazón…».

Dijo Dios desde la altura: «¿Cómo bajo del azul?». Le dijimos que bajara a danzarnos en la luz.

Todo el valle está danzando en un corro bajo el sol. A quien falte se le vuelve de ceniza el corazón…

Una bambina invalida / disse: «Come danzo io?». / Le dicemmo che mettesse / a danzare il suo cuore… // Poi disse il torrente in secca: / «Come canterei io?». / Gli dicemmo che mettesse / a cantare il suo cuore… // Disse il povero cardo morto: / «Come danzerei io?». / Gli dicemmo: «Metti al vento / a volare il tuo cuore…». // Disse Dio dall’alto: / «Come scendo dall’azzurro?». / Gli dicemmo che scendesse / a danzarci nella luce. // Tutta la valle sta danzando / in un cerchio sotto il sole. / A chi manca si trasforma / in cenere il cuore…

Dammi la mano

Danzare insieme è sufficiente. Non serve aggiungere nulla. È una descrizione della sintonizzazione affettiva scritta nella forma di un girotondo per bambini.

Dame la mano, forse la ronda più conosciuta di Mistral:

Dame la mano y danzaremos; dame la mano y me amarás. Como una sola flor seremos, como una flor, y nada más…

El mismo verso cantaremos, al mismo paso bailarás. Como una espiga ondularemos, como una espiga, y nada más.

Te llamas Rosa y yo Esperanza; pero tu nombre olvidarás, porque seremos una danza en la colina, y nada más…

Dammi la mano e danzeremo; / dammi la mano e mi amerai. / Come un solo fiore saremo, / come un fiore, e niente più… // Lo stesso verso canteremo, / allo stesso passo ballerai. / Come una spiga onduleremo, / come una spiga, e niente più. // Ti chiami Rosa e io Esperanza; / ma il tuo nome dimenticherai, / perché saremo una danza / sulla collina, e niente più…

Una nota clinica

Suavidades dice in otto versi ciò che Stern ha detto in tante pagine: quando ti canto, se me acaba la crueldad. Il gesto della tenerezza modifica chi lo fa prima ancora di chi lo riceve.

Daniel Stern, psichiatra e ricercatore, ha dedicato la propria carriera a studiare ciò che accade tra un neonato e chi si prende cura di lui nei primi mesi di vita. Ha chiamato sintonizzazione affettiva quel fenomeno per cui la madre (o chi cura) non imita il bambino, ma ne rispecchia lo stato emotivo in un’altra modalità sensoriale: il bambino agita le braccia, la madre risponde con un suono che ha lo stesso ritmo e la stessa intensità del movimento. 

Stern ha mostrato che questo scambio è ritmico, reciproco e regolatore per entrambi. Non è la madre che calma il bambino: è il gesto condiviso che regola la madre e il bambino insieme. Il dondolio non agisce in una sola direzione.

Una seconda leche

Ternura è un libro che tratta la tenerezza come competenza, non come sentimentalismo. Parla di donne che cullano nel deserto, di piedi di bambini feriti dal gelo, di una madre che ha perso tutto e trema ad addormentarsi. La tenerezza di cui scrive è una forma di attenzione radicale verso chi è piccolo e sta crescendo e anche verso sé stessi nell’atto di prendersi cura.

El amor balbuciente, el que tartamudea, suele ser el amor que más ama.

L’amore balbettante, quello che tartaglia, è di solito l’amore che più ama.

Sigo escribiendo «arrullos» con largas pausas; tal vez me moriré haciéndome dormir, vuelta madre de mí misma, como las viejas que desvarían con los ojos fijos en sus rodillas vanas.

Continuo a scrivere «ninne nanne» con lunghe pause; forse morirò facendomi addormentare, diventata madre di me stessa, come le vecchie che delirano con gli occhi fissi sulle ginocchia vuote.

La donna che ha cullato i figli degli altri per tutta la vita finisce per cullare sé stessa.

Bibliografia

Fonte letteraria

Gabriela Mistral, Obra poética (contiene DesolaciónTernuraTala e Lagar). Penguin Random House Grupo Editorial, Santiago de Chile, 2025. Edizione digitale basata su Poesías completas a cura di Margaret Bates (Editorial Aguilar, 1958/1966).

Fonti cliniche

Daniel N. Stern, The Interpersonal World of the Infant: A View from Psychoanalysis and Developmental Psychology. Basic Books, New York, 1985.

Daniel N. Stern, The Motherhood Constellation: A Unified View of Parent-Infant Psychotherapy. Basic Books, New York, 1995.

Colwyn Trevarthen, “Musicality and the Intrinsic Motive Pulse: Evidence from Human Psychobiology and Infant Communication.” Musicae Scientiae, Special Issue, 1999–2000, pp. 155–215.

John Bowlby, Maternal Care and Mental Health, 1951