L’epoca della separazione

Nel gennaio del 1876, Fëdor Dostoevskij pubblica nel suo Diario di uno scrittore una breve riflessione che porta un titolo singolare: «Обособление». La parola è difficile da tradurre. Non è esattamente “isolamento”, che in russo sarebbe изоляция, e che implica qualcosa di subìto. Non è nemmeno уединение, il ritiro in solitudine personale, la clausura scelta. È qualcosa di diverso da entrambi: una separazione attiva, un sottrarsi volontario al tessuto comune. Prima viene l’обособление, lo sfaldamento dei legami sociali, e solo dopo, come conseguenza, esplodono le solitudini individuali.

Dostoevskij la mette tra virgolette, come un neologismo. Sta cercando di nominare qualcosa di nuovo, che vede accadere intorno a sé ma per cui non esistono ancora parole adeguate.

Scrive:

Intanto io scrivo “di ciò che vedo, sento e leggo”. Meno male che non mi sono impegnato a scrivere di tutto ciò che vedo, sento e leggo. Del resto sento sempre più stranezze. Come riferirle, quando tutto si sfalda da sé e non vuole in nessun modo tenersi insieme! Mi sembra proprio che da noi sia arrivata una specie di epoca di universale “обособление”.

Il punto è che Dostoevskij non riesce più a tenere insieme le cose: quello che vede, sente e legge non si tiene insieme. Non fa mondo. Non costruisce un senso comune.

Poi sviluppa l’osservazione:

Tutti si separano, si isolano, ognuno vuole inventarsi qualcosa di proprio, di nuovo, di mai sentito. Ognuno mette da parte tutto ciò che prima era comune nei pensieri e nei sentimenti, e ricomincia dai propri pensieri e sentimenti. Ognuno vuole ricominciare da capo. Si spezzano i legami precedenti senza rimpianto, e ciascuno agisce per conto proprio e solo di questo si consola.

C’è anche il tema del “ricominciare da capo”, ma vale la pena notare come lo presenta: non come un atto eroico di rinascita, bensì come una forma di consolazione. Un gesto che promette libertà, e spesso produce fragilità.

E poi descrive qualcosa che non è azione, ma stallo:

Ammettiamo pure che moltissimi non cominciano niente e mai cominceranno, ma comunque si sono staccati, stanno in disparte, guardano il punto da cui si sono strappati e, con le braccia conserte, aspettano qualcosa. Da noi tutti aspettano qualcosa. Intanto non c’è quasi più nessun accordo morale; tutto si è frantumato e continua a frantumarsi, e non più in gruppetti, ma ormai in singole unità. E soprattutto, a volte, con l’aria più leggera e soddisfatta.

Quello che Dostoevskij descrive non è la solitudine come stato d’animo individuale. È qualcosa di strutturale: la dissoluzione dei legami che tenevano insieme una società. Lo chiama, più avanti, «химическое разложение», decomposizione chimica dell’organismo sociale nei suoi elementi primi. Non un’esplosione, ma una scomposizione silenziosa in atomi.

Per illustrare cosa significa, usa un’immagine antica:

La nostra società colta russa somiglia più di tutto a quell’antico mazzo di verghe che è forte solo finché le verghe sono legate insieme, ma appena il legame si spezza, l’intero mazzo si disperde in una moltitudine di fragili fuscelli che il primo vento porterà via. Ebbene, questo mazzo da noi ormai si è disfatto.

Singoli fili d’erba che il vento disperde. La forza stava nel legame; senza il legame, resta solo fragilità.

In un altro passaggio del Diario, qualche mese dopo, Dostoevskij riprende il tema da una diversa angolazione. Si chiede perché tante persone, soprattutto giovani, si fanno del male senza ragioni apparenti: non per miseria, non per amore tradito, non per malattia.

Risponde che alla radice c’è qualcosa che chiama «тоска»: una parola russa che significa insieme tristezza, nostalgia, angoscia. Una тоска per qualcosa di superiore a cui appoggiarsi, che non si trova da nessuna parte:

Non si è mai notata tanta inquietudine, tanto sbattersi in direzioni diverse e tanta ricerca di qualcosa su cui potersi appoggiare moralmente come ora. Ogni ideuzza, anche la più strampalata, purché vi si intraveda la minima speranza di risolvere qualcosa, può contare su un successo sicuro. Ma il successo si limita sempre all'”обособление” di qualche nuovo gruppetto.

L’inquietudine contemporanea non è apatia. È il contrario: c’è un «метание», uno sbattersi, in tutte le direzioni. Ma la ricerca non ricompone. Produce nuove separazioni, nuovi cerchi chiusi, nuove tribù.

Ed è qui che la diagnosi di Dostoevskij torna attualissima: la solitudine non è solo mancanza di compagnia. È mancanza di un appiglio condiviso. Senza quel riferimento comune, ognuno è “lasciato alle proprie forze” a costruirsi un senso da solo e Dostoevskij scrive, in un passaggio che resta dentro: «это-то оставление на собственные силы и ужасно», questo abbandono alle proprie forze è terribile.

Chi lavora in psicologia riconosce qualcosa di familiare in queste descrizioni.

Molte delle persone che incontriamo non presentano una patologia classica. Portano piuttosto una fatica diffusa: la sensazione di essere soli a sostenere il peso dell’esistenza, senza una rete di riferimenti condivisi che aiuti a orientarsi. Spesso interpretano questa fatica come un loro difetto personale, non abbastanza resilienti, non abbastanza capaci di “stare bene da soli”, non abbastanza bravi a costruire relazioni. E la soluzione che cercano è individuale: lavorare su sé stessi, diventare più forti, più autonomi.

Ma Dostoevskij suggerisce un’altra lettura. Se la società si è “decomposta chimicamente” nei suoi elementi primi, se non c’è più “accordo morale” su nulla, se ognuno è “da sé e per sé”, allora la solitudine non è un fallimento personale. È la condizione strutturale in cui viviamo. E la risposta individuale, diventare ancora più autonomi, ancora più capaci di bastare a sé stessi, rischia di aggravare il problema invece di risolverlo. Aggiunge un altro filo d’erba al vento.

Dostoevskij osserva, descrive, registra con precisione quasi clinica i sintomi di un processo che vede accadere intorno a sé e sembra non offrire soluzioni. Ma in un passaggio fa un’osservazione importante:

Aggiungerò tuttavia che se tutti ora sono “da sé e per sé”, non sono però senza legame con ciò che c’era prima. Al contrario, questo legame deve esistere per forza, anche se tutto sembra sconnesso e reciprocamente incomprensibile e seguire questo legame sarebbe la cosa più interessante.

Chi si è separato crede di essere finalmente libero dal passato, dal comune, dall’ereditato. Ma il legame esiste comunque, solo che ora è invisibile, non riconosciuto. E forse il primo passo non è costruire subito nuovi legami (che rischiano di diventare l’ennesimo “gruppetto”), ma vedere quelli che già ci sono, anche quando sembrano interrotti. Seguire le tracce.

Dostoevskij scriveva nel 1876. Non poteva immaginare un’epoca in cui la separazione sarebbe diventata non solo possibile ma tecnicamente facilitata: città costruite per l’automobile invece che per l’incontro, lavoro da remoto, socialità mediata da schermi. Eppure aveva già visto il nucleo del problema: una società di individui perfettamente autonomi non è una società, ma una collezione di solitudini. Fuscelli che il primo vento porta via.

Il Diario di uno scrittore non è tra le opere più lette di Dostoevskij. È un testo ibrido, parte giornalismo, parte confessione, parte narrativa, scritto mese per mese tra il 1876 e il 1877, poi ripreso brevemente prima della morte. Contiene alcune delle sue pagine più penetranti, sepolte tra osservazioni sulla cronaca del tempo. Vale la pena ri-leggerlo.

Bibliografia

Dostoevskij, F.M. (1876–1877, 1880–1881). Дневник писателя [Diario di uno scrittore]. I passaggi citati provengono dai fascicoli di gennaio e marzo 1876, e ottobre–dicembre 1876.

In italiano: Diario di uno scrittore, trad. di Ettore Lo Gatto, Bompiani, 1963; trad. di Boris Ferrini, Sansoni; traduzioni parziali più recenti presso vari editori.