Nel 1983, Tarkovskij gira in Italia un film che intitola Nostalghia — con quella “h” che è già un avvertimento. Non è un vezzo grafico. È una dichiarazione: questa parola non è quella che pensate.
Ai giornalisti italiani che gli chiedevano del titolo, il regista rispose:
«Per noi russi non è un’emozione leggera e sorridente, come può essere per voi. È una specie di malattia mortale, una compassione profonda che lega non tanto alla propria privazione, mancanza o separazione, quanto alla sofferenza degli altri cui ci si accosta come per un legame passionale.»
La nostalgia italiana, quella delle canzoni, dei tramonti dorati su Napoli, del “com’era bello quando”, è dolce-amara. Ha il sapore del miele vecchio. È rivolta al proprio passato, al proprio dolore. Ci si può crogiolare.
La nostalghia russa è un’altra cosa. Non guarda solo indietro: guarda attraverso. Attraverso sé stessi, verso il dolore degli altri. È una forma di comunione nel patire. E non consola, consuma.
Il protagonista del film, un poeta russo in viaggio per la Toscana, non riesce ad amare i luoghi che visita. Non perché siano brutti, li trova bellissimi. Ma ogni bellezza gli ricorda che lui è tagliato fuori. E soprattutto: che altri, prima di lui, si sono spezzati in quello stesso strappo.
Il confronto:
Nostalghia (rus.): malattia che lega alla sofferenza altrui
Nostalgia (it.): rimpianto dolce per ciò che fu proprio