Al diavolo gli ideali

Una collega russa mi ha scritto qualche settimana fa. Voleva farlo prima, ma la connessione internet in Russia viene bloccata in molte città, e non tutti i provider consentono di accedere alle applicazioni di messaggistica. Ha impiegato cinque ore per riuscire a inviare la lettera.

Nella lettera c’era una distinzione che mi ha colpito per la sua semplicità: “Penso che possiamo non amare la politica, ma guardiamo alle persone. In ogni paese ci sono i ‘buoni e i cattivi’, ma non possiamo parlare così di tutti. Non amiamo l’Occidente e le persone cattive che lo rappresentano, ma amiamo quelle persone semplici che sono come noi, che soffrono, che sono buone, che ci sono vicine nello spirito.”

È una distinzione che si perde facilmente nel rumore di questi anni: non è la stessa cosa parlare dell’Occidente e parlare delle persone reali che vi abitano.

Più avanti nella stessa lettera, parlando delle restrizioni crescenti, dei divieti, del restringimento progressivo dello spazio digitale e professionale, la collega aggiungeva qualcosa di più tagliente: “Il nostro governo sta cercando di cancellare questa base. Combatte attivamente il sistema occidentale, copiandolo completamente.”

Quella frase mi ha riportato a Dostoevskij.

Nel Diario di uno scrittore, scritto tra il 1873 e il 1881, Dostoevskij elabora una critica sistematica alla civiltà europea che non ha perso, nel tempo, né acutezza né amarezza. Non è la critica di chi odia l’Occidente, è la critica di chi ha osservato l’Occidente da vicino, che ha letto Schiller e Hugo, che conosce la promessa di quella civiltà e non riesce a perdonarle il tradimento di sé stessa.

Il punto di partenza è concreto: i massacri di cristiani slavi nei Balcani, nei quali l’Europa liberale rimane spettatrice silenziosa. Ma da quel fatto specifico, Dostoevskij risale a qualcosa di più profondo: il principio strutturale che governa la civiltà occidentale quando smette di fare retorica e scende a fare affari.

«Sì, in Europa si sta addensando qualcosa di ormai inevitabile. <…> Ma la cosa più importante è che si è già espresso chiaramente un fatto terribile e che questo fatto è l’ultima parola della civiltà. Questa ultima parola è stata detta, si è chiarita; ora è nota ed è il risultato di tutto lo sviluppo di diciotto secoli, di tutta l’umanizzazione umana. Tutta l’Europa, almeno i suoi primari rappresentanti, quegli stessi popoli e nazioni che gridavano contro la schiavitù, che hanno distrutto il commercio dei negri, che hanno abbattuto in casa loro il dispotismo, proclamato i diritti dell’uomo, creato la scienza <…>  ecco che quegli stessi popoli e nazioni all’improvviso, tutti (o quasi), in questo momento si voltano dall’altra parte di fronte a milioni di esseri infelici, cristiani, uomini, loro fratelli, che muoiono, che vengono disonorati, e aspettano, aspettano con speranza, con impazienza ‘quando finiranno di schiacciare questi insetti, queste cimici’, e quando taceranno finalmente tutte queste disperate grida di aiuto che infastidiscono l’Europa e la turbano.»

L’accusa è precisa: non l’ignoranza, non la distanza, ma il voltarsi dall’altra parte. E il catalogo di conquiste civili che Dostoevskij elenca, la fine della schiavitù, i diritti dell’uomo, la scienza, non è ironico. Perché la civiltà si è dichiarata troppo, e troppo esplicitamente, per poter ora tacere senza che il silenzio diventi condanna.

«E così diciotto secoli di cristianesimo, di umanizzazione, di scienza, di sviluppo si rivelano all’improvviso un’assurdità, non appena viene toccato il punto debole, una favola per scolaretti, un precetto da sillabario.»

Il punto debole è l’interesse economico. Dostoevskij non ha dubbi su questo. La “grande civiltà” non crolla per debolezza morale generica, crolla perché è costruita, nel suo nucleo materiale, su un principio che ha sempre prevalso sugli altri:

«Ma non appena si tratta di un affare, di un vero affare pratico, e tutto viene messo da parte, al diavolo gli ideali! Gli ideali sono sciocchezze, poesia, versetti!»

L’analisi si approfondisce quando tocca la diplomazia e il sistema delle relazioni tra potenze. Dostoevskij smonta con precisione l'”equilibrio europeo”, quella formula che nel linguaggio della politica internazionale giustificava lo status quo e l’immobilità di fronte alle violazioni più evidenti:

«E così cinque lupi si accovacceranno in cerchio, e in mezzo a loro un boccone prelibato (Costantinopoli), e tutti e cinque non faranno altro che fare la guardia alla preda l’uno contro l’altro.»

E più avanti, con una sintesi:

«È mai esistito davvero un equilibrio politico al mondo? Assolutamente no! È solo una formula astuta, creata a suo tempo da uomini astuti, per ingannare gli sprovveduti.»

Il concetto di “formula” ricorre nel Diario. Le formule diplomatiche, le formule dell’onore, le formule della civiltà. Dostoevskij intuisce che la modernità occidentale ha sviluppato una capacità straordinaria di preservare le parole quando i fatti le hanno già smentite, anzi, di usare le parole come sostituto dei fatti.

Anche la logica della ragion di Stato, che giustifica il tradimento e l’ingratitudine in nome dell'”alta politica”, viene smontata con la stessa implacabilità:

«”Lo Stato non è un privato; non può per gratitudine sacrificare i propri interessi, tanto più che nelle questioni politiche la magnanimità stessa non è mai disinteressata” <…> Con questo riconoscimento della santità del profitto corrente, del guadagno immediato e frettoloso, con questo riconoscimento della giustizia di uno sputo sull’onore e sulla coscienza, pur di strappare un ciuffo di lana, con questo si può arrivare molto lontano.»

Ma Dostoevskij non si ferma alla politica estera. La sua critica scava nella struttura sociale interna dell’Occidente, in quella convivenza che a lui sembra mostruosa, tra la proclamazione delle libertà civili e la schiavitù economica del proletariato:

«Perché in Europa l’emancipazione non è avvenuta dai proprietari, dai baroni, dai latifondisti, ma con sollevazioni e rivolte, col fuoco e con la spada e con fiumi di sangue? E se anche l’hanno emancipato da qualche parte senza fiumi di sangue, è stato ovunque e dappertutto su basi proletarie, sotto forma di perfetti schiavi. <…> Perché in Francia, e ovunque in Europa, ogni proletario, ogni lavoratore nullatenente, è considerato ancora oggi un cane e una canaglia.»

E poi, con quella precisione chirurgica che è il tratto della sua prosa saggistica:

«Direttamente per legge, ovviamente, non gli si può dire che è un cane e una canaglia; ma in compenso si può fare di lui tutto proprio come con un cane e una canaglia, e l’astuta legge vuole solo che sia osservata la dovuta cortesia: ‘Sarò cortese, ma non ti darò del pane, per me puoi anche morire di fame adesso, come un cane’, ecco com’è ora in Europa.»

La cortesia come sostituto della giustizia. La forma come schermo del contenuto. La doppia comunicazione, il messaggio che dice una cosa e fa l’altra, la menzogna che non mente mai esplicitamente.

«Alla fine non rimane che una sola ipocrisia, l’ipocrisia dell’onore, del sacrificio, del dovere, in modo che forse continueranno a rispettarli, nonostante tutto il cinismo, ma solo a parole per pura forma. Il vero onore non ci sarà, ma rimarranno le formule. Le formule dell’onore sono la morte dell’onore.»

Rileggendo la lettera della mia collega, mi chiedo cosa avrebbe detto Dostoevskij del paradosso che lei descrive: un governo che combatte “attivamente il sistema occidentale” copiandolo completamente, nelle restrizioni, nei divieti, nell’erosione dell’istruzione, nell’impoverimento dello spazio culturale. Come se la critica di un modello richiedesse, per affermarsi, di diventare quel modello.

La collega non salva l’Occidente come sistema. Ma salva le persone, quelle semplici, che soffrono, che sono vicine nello spirito. Dostoevskij fa lo stesso, a modo suo: la sua accusa non cade sull’Europa intera, ma su una logica specifica, quella per cui il linguaggio morale serve a coprire l’interesse.

Forse le formule non appartengono a nessuna civiltà in particolare. La distanza tra la parola e il fatto, tra l’ideale proclamato e il gesto compiuto, non ha latitudine preferita.

Quando le formule dell’onore sono diventate la morte dell’onore, che cosa resta da salvare e dove?