Solitudine e Tarkovskij

Un martirologio del sé

Andrej Tarkovskij chiamò il suo diario Martirolog, letteralmente, un catalogo di sofferenze. Suo figlio Andrej ricorda che il regista ripeteva spesso una frase: «Non siamo fatti per la felicità. Esistono cose più importanti della felicità.»

Questa affermazione, così controcorrente rispetto all’imperativo del benessere contemporaneo, è la chiave per capire come Tarkovskij intendesse la solitudine. Non come una ferita da rimarginare, non come un difetto da correggere nella propria vita sociale, ma come la condizione fondamentale dell’essere umano che vuole restare autentico.

Le pagine del Martirolog coprono sedici anni, dal 1970 alla morte nel dicembre 1986. Documentano un uomo separato dalla patria, dal figlio, dalla lingua, continuamente in conflitto con le istituzioni sovietiche, poi esiliato nell’Europa occidentale dove la solitudine cambia natura ma non si attenua. Eppure in quelle pagine non troveremo mai la solitudine trattata come un male da sconfiggere, bensì come un interlocutore inevitabile, a volte brutale, a volte generoso.

La solitudine come diagnosi spirituale

In una riflessione del diario, Tarkovskij cita le parole di «una donna semplice»: «Un uomo che si sente male con se stesso nella solitudine è vicino alla propria fine.» E commenta: significa che gli manca la spiritualità.

Chi non sopporta il silenzio con sé stesso è chi non ha nulla dentro da cui trarre nutrimento. La solitudine funziona così come specchio impietoso: mostra la consistenza o il vuoto del proprio mondo interiore.

Questa visione non è un invito al ritiro dal mondo. Tarkovskij stesso soffriva profondamente della lontananza da Lara, dal figlio Andryusha, da casa. «Sono nel mezzo di Roma, vicino a piazza Navona, vicino a tutto, eppure manca tutto», annota. La solitudine che egli propone come necessità non è l’assenza di legami, ma la capacità di stare con sé stessi senza che quell’assenza ci distrugga.

Il legame con Dostoevskij 

Tarkovskij riporta nel diario questa frase di Dostoevskij: «Per scrivere bene, bisogna soffrire, soffrire!» 

Non si tratta di glorificare la sofferenza. Si tratta di riconoscere che il dolore, e in particolare il dolore della solitudine, contiene qualcosa: una percezione più acuta del reale, un’attenzione che nella vita ordinaria non si raggiunge.

Parlando di Nostalghia, il suo film più intriso di lontananza e di assenza, Tarkovskij descriveva il concetto russo di nostalgia come «una malattia mortale», qualcosa di molto più fisico e lacerante del semplice rimpianto. La definisce come «un’identificazione appassionata con l’altro che soffre». Questo rovesciamento è cruciale: la solitudine vissuta profondamente non ci chiude in noi stessi, ma paradossalmente ci apre alla compassione. Chi ha abitato il proprio dolore riconosce il dolore degli altri senza bisogno di traduzione.

Salvarsi da soli per salvare tutti

Una delle frasi più enigmatiche e dense del Martirolog è questa: «Ci si può salvare tutti solo salvandosi da soli. È giunto il tempo del coraggio personale.»

Il contesto è una riflessione amara sulla storia dell’umanità, sulla deriva spirituale della civiltà moderna, sulla distanza sempre più abissale tra la dimensione materiale e quella interiore dell’uomo.

La salvezza solitaria di cui parla non è individualismo: è piuttosto un riconoscimento che la trasformazione vera, avviene sempre nell’intimo di una singola persona«Quando le persone si riuniscono solo per ragioni di produzione o di geografia, cominciano ad odiarsi e opprimersi l’un l’altro», scrive. La comunità autentica nasce da individui che hanno già fatto il lavoro su sé stessi.

La solitudine, in questa prospettiva, è il luogo dove si impara che cosa si è, indipendentemente da come ci vedono gli altri.

Vivere nel vuoto

«L’uomo deve saper vivere nel vuoto», dice Tarkovskij in un’intervista citata nel diario. E aggiunge, con un’ironia velata di serietà: «Ma non vuol dire che io abbia raggiunto un alto livello di spiritualità.»

Nel diario, nelle notti insonni di Roma o di Firenze, con il figlio bloccato a Mosca, con i burocrati del cinema sovietico che sabotavano i suoi progetti, Tarkovskij si accorgeva di sé stesso con una precisione quasi dolorosa. Annotava sogni, citazioni, elenchi di spese, riflessioni cosmologiche. Il diario stesso era un modo di non soccombere al vuoto.

Come si porterebbe un dolore fisico cronico che, correttamente ascoltato, dice qualcosa di importante sul corpo.

La solitudine come fede

«A volte mi trafigge un senso di felicità fragorosa, che scuote l’anima, e in questi istanti armonici il mondo che mi circonda prende la sua forma vera, ordinata e giusta, dove il tessuto interiore dell’anima corrisponde a quello esterno, all’universo. In questi momenti credo di essere onnipotente.»

Questi lampi non cadono durante i banchetti o le premiazioni. Cadono nel silenzio, nella stanza solitaria, nel mezzo di una crisi. La solitudine vissuta in profondità contiene, secondo Tarkovskij, la possibilità di queste epifanie, momenti in cui il mondo rivela la sua coerenza nascosta.

Non era un credente ortodosso nel senso istituzionale, ma la sua era una forma di fede radicale: la fede che il senso esista, anche quando non si vede, anche quando si soffre. «Senza speranza non c’è l’uomo», scrive. E la speranza, nel suo universo, nasce sempre dalla solitudine vissuta, non evitata.

La solitudine fa male perché è reale. E perché è reale, vale la pena viverla con la stessa onestà con cui lui riempiva il suo Martirologio, senza negarla, ma cercando in essa non la risposta, bensì la domanda giusta.