Comfortably Numb

«Just nod if you can hear me. Is there anyone home?»

Nel 1979 i Pink Floyd mettono in scena un dialogo tra un medico e un paziente. Il medico chiede: «Can you show me where it hurts?», Puoi mostrarmi dove fa male? Il paziente risponde: «I can’t explain, you would not understand. This is not how I am.» Non posso spiegare. Non capiresti. Io non sono così.

Il dialogo non fallisce perché il medico sia indifferente o il paziente reticente. Fallisce perché il dolore non sta nel corpo. Non sta in un punto. È dappertutto e da nessuna parte, e l’unica risposta possibile è diventare comfortably numb: comodamente intorpidito.

La scena ricompare, quasi identica, in un racconto russo di un secolo prima.

Il rene fluttuante

Nel 1886 Lev Tolstoj pubblica La morte di Ivan Il’ič, un racconto che è anche un’autopsia impietosa del rapporto tra chi soffre e chi vorrebbe curare.

Ivan Il’ič Golovin è un funzionario di successo, un uomo che ha fatto tutto secondo le regole: la carriera giusta, il matrimonio conveniente, l’appartamento decorato con gusto. Un giorno, sistemando una tenda, cade e si fa male al fianco. Niente di grave, pensa. Ma il dolore non passa. Anzi, cresce. E con il dolore cresce qualcos’altro: la sensazione che la sua vita, quella vita così ben costruita, non sia mai stata davvero sua.

Ivan chiama i medici. Il più celebre lo visita con quella che Tolstoj descrive come un’aria di serietà superflua:

“Tutto avvenne come si aspettava e come sempre. Ci fu la solita attesa e l’aria importante assunta dal medico, a lui così familiare (simile a quella che lui stesso assumeva in tribunale), e l’auscultazione e l’ascolto, e le domande che richiedevano risposte scontate e evidentemente inutili, e lo sguardo importante che implicava che “se solo ti affidi a noi, penseremo a tutto noi: sappiamo senza dubbio come fare, sempre allo stesso modo per tutti”. Era tutto esattamente come in tribunale. Il medico assumeva nei suoi confronti lo stesso atteggiamento che lui stesso assumeva nei confronti di un imputato.”

Il parallelismo è devastante: il paziente diventa imputato, la visita un processo. E come in un processo, c’è una sola domanda che conta, ma è proprio quella che non viene posta:

“Il medico disse che tale e tale indicava che all’interno del paziente c’era tale e tale, ma se l’indagine su tale e tale non lo confermasse, allora avrebbe dovuto supporre questo e quello. Se avesse supposto questo e quello, allora… e così via. Per Ivan Il’ič era importante solo una cosa: il suo caso era grave o no? Ma il medico ignorò quella domanda inopportuna.”

Il paziente chiede se morirà; il medico risponde parlando di organi. Il paziente chiede riconoscimento, vedi che sto soffrendo? vedi che ho paura? e il medico offre diagnosi. Due linguaggi che non si incontrano.

“Dal suo punto di vista non era quello in esame, la vera questione era decidere tra un rene fluttuante, un catarro cronico o un’appendicite.”

Tolstoj spinge la scena fino al grottesco. Il medico conclude «in modo altrettanto brillante, guardando trionfante e persino allegramente l’imputato da sopra gli occhiali». E Ivan torna a casa con un’immagine fissa nella mente:

“Ivan Il’ič si allontanò, andò nella sua stanza, si sdraiò e cominciò a riflettere: “Il rene, un rene fluttuante.” Ricordò tutto ciò che i medici gli avevano detto su come si fosse staccato e oscillasse. E con uno sforzo di immaginazione cercò di afferrare quel rene, di fermarlo e sostenerlo.”

Il rene fluttuante. Un’immagine quasi comica, se non fosse tragica. Ivan sta morendo, morirà davvero, nel corso del racconto, ma quello che gli resta del consulto medico è un organo che vaga, come se il problema fosse lì, in quel pezzo di corpo che non sta al suo posto.

La pietra

Nel suo Diario di uno scrittore, una decina d’anni prima del racconto di Tolstoj, Dostoevskij affronta lo stesso problema da un’altra angolazione. Non il dialogo tra medico e paziente, ma qualcosa di più radicale: perché certe persone smettono di voler vivere?

Il 1876 è un anno di suicidi in Russia. Dostoevskij li registra nel Diario uno dopo l’altro, cercando di capire. Non sono persone in miseria. Non sono malati terminali. Sono giovani, spesso istruiti, spesso con tutto davanti. E si uccidono, dice, «загадочно, безо всякой видимой причины»: misteriosamente, senza alcuna causa visibile.

La spiegazione che trova è questa:

“Nella maggior parte dei casi, direttamente o indirettamente, questi suicidi si sono tolti la vita per una stessa malattia spirituale, l’assenza di un’idea superiore dell’esistenza nelle loro anime. In questo senso la nostra indifferenza, come malattia russa contemporanea, ha divorato tutte le anime.”

L’indifferenza. Non apatia, non depressione nel senso clinico. Qualcosa di diverso: l’incapacità di trovare un motivo sufficiente per continuare. Dostoevskij usa un’immagine che vale più di molte diagnosi:

“L’idea cade improvvisamente sull’uomo come un’enorme pietra e lo schiaccia a metà, ed eccolo lì che si contorce sotto di essa, ma non sa liberarsi. Qualcuno acconsente a vivere anche così schiacciato, altri non acconsentono e si uccidono.”

Ecco il comfortably numb: vivere schiacciati, acconsentire allo schiacciamento. Non è guarigione. Non è nemmeno rassegnazione consapevole. È una forma di sopravvivenza che rinuncia alla vita viva, quella che Dostoevskij chiama живая жизнь.

La vita viva

Живая жизнь è un’espressione quasi ridondante in russo: vita viva, vita vivente. Ma Dostoevskij la usa con intenzione. C’è una vita che è solo durata, solo persistenza biologica, solo continuare. E c’è una vita che è viva, connessa, significante, capace di giustificare sé stessa.

Nel Diario racconta di una giovane donna, la signorina Pisareva, che si è tolta la vita a venticinque anni lasciando una lunga lettera. Non era povera, non era malata, non era stata tradita in amore. Era, scrive Dostoevskij, semplicemente stanca:

“Era stanca, evidentemente, della noia di vivere, e avendo perduto ogni fede nella verità, ogni fede in qualche dovere; in una parola, la perdita totale di un ideale superiore dell’esistenza.”

E poi commenta, rivolto a lei come se potesse ancora sentirlo:

“Care, buone, oneste (tutto questo c’è in voi!), ma dove andate, perché vi è diventata così cara questa tomba buia e sorda? Guardate, nel cielo c’è un sole primaverile luminoso, gli alberi sono fioriti, e voi vi siete stancate senza aver vissuto.”

Stancate senza aver vissuto. È una frase che pesa. Non descrive chi ha vissuto troppo e si è consumato; descrive chi non è mai riuscito ad accedere alla vita viva, e si è stancato nell’anticamera.

La piccola puntura

Torniamo alla canzone dei Pink Floyd. Nel film The Wall, la scena di “Comfortably Numb” mostra il protagonista, Pink, la rockstar trovato incosciente prima di un concerto, probabilmente in overdose. I medici gli somministrano un’iniezione, «a little pinprick», per rimetterlo in piedi, per farlo funzionare.

Cosa c’è in quella siringa? I fan hanno discusso per decenni: naloxone per l’overdose? Anfetamine per svegliarlo? Corticosteroidi per lo stress? La risposta non importa. Quello che importa è il gesto: il dolore viene soppresso, il sintomo viene trattato, Pink può tornare sul palco. Ma Pink non è stato visto. Nessuno gli ha chiesto cosa significhi quel crollo. Nessuno ha cercato il nucleo.

In un breve saggio sul British Journal of Psychiatry, lo psichiatra Filippo Besana ha osservato che la canzone può essere letta come una parabola di ciò che accade spesso nei contesti di salute mentale: il paziente manifesta un sintomo, un delirio, una dipendenza, un crollo che non viene ricondotto alla sofferenza interiore da cui nasce. Il compito del terapeuta, scrive Besana, non è solo trattare il sintomo, ma «arrivare davvero dove fa male».

La domanda che resta è: come si fa?

L’unico che non mentiva

Ivan Il’ič, nel racconto di Tolstoj, trova un solo interlocutore capace di vederlo: il servo Gerasim, un contadino giovane e illetterato che non sa nulla di medicina.

“Solo Gerasim non mentiva; tutto dimostrava che solo lui comprendeva la realtà dei fatti e non riteneva necessario nasconderli, ma provava semplicemente compassione per il suo padrone emaciato e indebolito.”

Gerasim non offre diagnosi, non cerca soluzioni. Fa una cosa sola: sta con Ivan, gli tiene le gambe sollevate per alleviare il dolore, e non finge che tutto vada bene. A Ivan che si scusa per il disturbo, Gerasim risponde con una frase che taglia:

“Moriremo tutti, quindi perché dovrei lamentarmi di un po’ di fatica?”

Non dice «guarirai». Non dice «non è niente». Dice: sei malato, stai morendo, io sono qui. È una presenza, non una cura. Eppure è l’unica cosa che dà sollievo a Ivan, non al suo corpo, ma alla sua solitudine radicale.

Ciò che lo tormentava, scrive Tolstoj, era soprattutto la menzogna:

“Ciò che tormentava maggiormente Ivan Il’ič era l’inganno, la menzogna, che per qualche motivo tutti accettavano, secondo cui lui non stava morendo ma era semplicemente malato, e che l’unica cosa da fare era stare tranquillo, sottoporsi a una cura e poi ne sarebbe derivato qualcosa di molto buono. Lui però sapeva che qualunque cosa avessero fatto non sarebbe servito a nulla, se non a causargli ancora più sofferenza agonizzante e la morte.”

Tutti mentivano, la moglie, i medici, i colleghi. Solo Gerasim diceva la verità, e per questo la sua presenza era l’unica sopportabile.

I limiti del dialogo

Dostoevskij, nel Diario, non offre soluzioni. Registra, osserva, nomina. In un passaggio ammette: questi suicidi sono «enigmatici». Non pretende di spiegarli tutti. Ma nomina il problema, l’assenza di живая жизнь, la pietra che schiaccia e nel nominarlo fa già qualcosa. Dà forma a un’esperienza che altrimenti resta muta.

Tolstoj, attraverso Gerasim, suggerisce qualcosa di simile. Non è la competenza medica che manca, i dottori di Ivan sono competenti, brillanti persino. È la disponibilità a stare nella domanda inopportuna. A non scappare verso il rene fluttuante quando il paziente chiede: sto morendo?

Forse è questo il primo passo: non trattare, ma riconoscere. Non indicare l’organo, ma restare nella domanda.

Nota bibliografica

  • Besana F., «Pink Floyd’s ‘Comfortably Numb’: a clinical reflection», The British Journal of Psychiatry, 223, 2023, p. 421.
  • Dostoevskij F.M., Diario di uno scrittore (1876-1877). Le citazioni russe sono dall’edizione in trenta volumi delle opere complete (Nauka, Leningrado, 1972-1990), vol. XXIII.
  • Tolstoj L.N., La morte di Ivan Il’ič (1886). Le citazioni italiane sono dall’edizione annotata e illustrata.