Quando il volume dei pensieri copre la musica della vita

La domanda

«Mi sembra di non vivere affatto, ma solo di esistere […] fino ad allora mi sento come vuota dentro». Queste parole colpiscono per la loro lucida onestà. È una sensazione che molti conoscono, ma che raramente viene nominata con tale precisione. Proveremo a dare forma a questa esperienza usando due lenti: quella scientifica, per capire cosa accade nei circuiti della mente, e quella letteraria, per vedere come i grandi autori russi hanno dato voce a questo vuoto.

Lente Scientifica: Il cervello in “background”

L’autrice descrive una perdita di contatto con sé stessa e un lavoro incessante del cervello in background che la sfinisce.

Non si tratta semplicemente di stanchezza. La depersonalizzazione è un’alterazione della percezione in cui ci si sente estranei ai propri pensieri o al proprio corpo, come osservatori esterni. La derealizzazione, invece, rende il mondo circostante strano, onirico o distorto. Anche quando tutto «sembra irreale», spesso la persona sa che è una sensazione: il contatto con la realtà può restare intatto. L’autrice nota che se smette di ascoltarsi, arriva l’ansia. 

La letteratura scientifica conferma questo legame: spesso questa sensazione di irrealtà è un meccanismo di difesa del cervello per proteggersi da situazioni o da un’ansia schiacciante. È come se la mente, sovraccarica, staccasse la spina per non bruciare i circuiti, lasciando però il soggetto in uno stato di “nebbia” emotiva e sensoriale.

Lente Letteraria Russa 

Se la scienza spiega il meccanismo, la letteratura russa ci mostra l’anima sotto il microscopio. Le sensazioni dell’autrice trovano echi sorprendenti in quattro capolavori: Dostoevskij, Gončarov, Tolstoj e Čechov.

1. La nausea della coscienza L’autrice scrive: «A volte mi viene persino la nausea per tutti i pensieri che ho in testa». Questa è la malattia che Dostoevskij diagnostica nelle Memorie del sottosuolo: «Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia». L’uomo del sottosuolo è paralizzato dal suo stesso pensare; la sua intensa coscienza non produce azione, ma inerzia. Come l’autrice, egli sente che il risultato di questa iperattività mentale è il «cosciente starsene a mani conserte». La differenza è che l’autrice cerca di “zittire” questi pensieri per tornare alla vita, mentre il personaggio dostoevskiano si rifugia nel suo “angolo”, trovando persino un perverso godimento nella propria disperazione.

2. Il corpo che parla «Il mio corpo mi risponde con il dolore» osserva l’autrice. È ciò che accade a Ivan Il’ič nel capolavoro di Tolstoj. Per tutta la vita, Ivan ha vissuto “come si deve”, ignorando la sua verità interiore, finché un dolore sordo al fianco non lo costringe a fermarsi. Quel dolore non è solo fisiologico; diventa la voce della sua anima che urla che «tutta la mia vita fosse stata sbagliata». Come nota l’autrice, il corpo segnala quando si sta “sbagliando strada”. La malattia di Ivan Il’ič lo costringe a guardare nell’abisso che la sua vita “piacevole e decorosa” aveva nascosto.

3. La tentazione dell’inerzia L’autrice dice che a volte si lascia andare e inizia solo a “esistere”. Nessuno ha incarnato l’esistere senza vivere meglio di Oblomov di Gončarov. Per lui, stare coricato non è una necessità, ma lo «stato normale». Oblomov ha paura della vita, la vede come una continua agitazione priva di senso. Anche lui, come l’autrice, ha lampi di lucidità in cui si chiede: «Perché sono così?», sentendo che in lui è sepolto un principio luminoso che sta morendo. Ma mentre l’autrice si “costringe” a notare la realtà per salvarsi, Oblomov si lascia sedurre dall’oblomovismo, quella palude tranquilla che soffoca ogni slancio vitale, fino a spegnersi come un orologio non caricato.

4. La mancanza di un’idea generale Infine, in Una storia noiosa di Čechov, troviamo il vecchio professore che, nonostante la fama e la cultura, sente che alla sua vita manca qualcosa di essenziale. Egli confessa che nei suoi desideri e pensieri manca «quell’elemento generale che possa collegarli in un tutto unico». Senza questo centro, basta un “forte raffreddore” (o nel caso dell’autrice, il lasciarsi andare al negativismo) per perdere l’equilibrio e vedere il mondo come un caos senza senso.

Micro-cartolina Russia–Italia

In russo esiste la parola Toska (тоска). Non è semplice tristezza. Vladimir Nabokov la definiva come una sensazione di grande angoscia spirituale, spesso senza una causa specifica. È un desiderio di qualcosa che non c’è, una “nostalgia del nulla”. Quando l’autrice dice “mi sento come vuota dentro”, sta descrivendo una toska che cerca di essere riempita non con oggetti, ma con la vita stessa. L’italiano “noia” è troppo superficiale; forse “smarrimento” si avvicina di più, ma manca di quella profondità dell’anima che la cultura russa attribuisce a questo vuoto.

Il ritorno alla realtà

Come si torna al presente? L’autrice scrive: «Mi fermo più spesso, respiro più spesso, faccio più pause invece di correre da qualche parte».

Curiosamente, la risposta intuitiva dell’autrice si allinea sia con la scienza che con la grande letteratura. Dal punto di vista scientifico, le tecniche di grounding (radicamento), focalizzarsi su stimoli sensoriali esterni per riconnettersi al presente, possono essere molto utili per gestire la derealizzazione. Il cervello deve “sentire” di nuovo la realtà per smettere di segnalare pericolo.

Dal punto di vista letterario, la salvezza sta nell’uscire dal “sottosuolo” mentale e toccare la “vita vivente” che Dostoevskij contrappone alle astrazioni libresche. È la lezione che Oblomov fallisce, rifiutando di seguire Stolz e Olga nella vita attiva e scegliendo di tornare nel sonno. È la lezione che Ivan Il’ič impara solo in punto di morte, quando smette di mentire a sé stesso.

L’autrice, nelle sue riflessioni, sta facendo esattamente ciò che questi personaggi tragici hanno faticato a fare: sta imparando a fermare l’automatismo. Non è una lotta facile; come lei stessa ammette, è «una lotta continua con me stessa». Ma è l’unico modo per non diventare, come temeva il protagonista di Dostoevskij, dei «nati-morti».

Leggendo l’autrice, mi ha colpito la sua lucidità. Spesso crediamo che la guarigione sia un arrivo trionfale, una fanfara. Invece, assomiglia più al lavoro descritto da lei: una «lotta continua» fatta di piccoli aggiustamenti, di cose da eliminare e altre da introdurre. Non siamo destinati a finire come Oblomov o l’Uomo del Sottosuolo. La consapevolezza dell’autrice è già un primo antidoto.

Bibliografia e Fonti:

• Testi Letterari:

    ◦ Anton Čechov, Una storia noiosa (in La Steppa e altri racconti).

    ◦ Fëdor Dostoevskij, Memorie del sottosuolo, Einaudi.

    ◦ Ivan Gončarov, Oblomov, BUR Rizzoli.

    ◦ Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič.

    ◦ Vladimir Nabokov, Eugene Onegin: A Novel in Verse, Commentary, vol. 2, Princeton University Press, 1975 (voce “toska”, p. 141).

• Fonti Scientifiche:

    ◦ Wilkhoo H.S. et al., Depersonalization-Derealization Disorder: Etiological Mechanism, Diagnosis and Management, Discoveries 2024. DOI: 10.15190/d.2024.9.